Eva&Franco Mattes: «Con l’arte smascheriamo l’impatto sociale dell’AI»

La disillusa e precisa riflessione dei due artisti bresciani pionieri della net art: dal 5 maggio a Venezia è esposta la loro mostra «Rage bait»
Ilaria Rossi

Ilaria Rossi

Giornalista

Eva e Franco Mattes
Eva e Franco Mattes

Per chi si illude che l’intelligenza artificiale sia una sorta di congegno magico in grado di risolvere problemi, suggerire risposte e semplificare la vita a costo zero le opere di Eva & Franco Mattes sono una secchiata d’acqua in faccia o un bagno gelido di realtà. Una riflessione quantomai necessaria in un tempo che dà ogni ritrovato digitale per scontato e per un’umanità alle prese con una rivoluzione cruciale. Spesso senza nemmeno saperlo. Abbiamo chiesto ai due artisti il loro punto di vista, in occasione della mostra veneziana che li vede protagonisti, «Rage bait».

L’intelligenza artificiale è il tema del momento e viene comunemente utilizzata come ausilio per facilitarsi la vita. Quale è invece la vostra lettura rispetto alla sua affidabilità e al rischio che la sua natura venga fraintesa?

L’intelligenza artificiale non è immateriale, né neutrale. Si basa su un sistema di estrazione di risorse, dati e lavoro: dalle miniere di litio e quarzo per i processori, alle catene di lavoro invisibile nel Sud del mondo per moderare o classificare contenuti fino a enormi infrastrutture energetiche che alimentano i modelli. A questo si aggiunge l’impatto sociale e psicologico. In mostra a Palazzo Franchetti presentiamo «Are You Still There?» una serie di video generati con l’IA in cui personaggi dell’«Italian Brainrot» mettono in scena conversazioni reali provenienti da una hotline per la prevenzione del suicidio. Le conversazioni provengono da un dataset pubblicamente disponibile, le cui origini sono poco chiare. Questi scambi precedono l’IA, ma sono stati utilizzati per addestrare proprio i chatbot che oggi molte persone trattano come sostituti di uno psicoanalista. L’opera indaga l’effetto Eliza – la scoperta del 1966 di Joseph Weizenbaum secondo cui tendiamo ad attribuire empatia a sistemi digitali che si limitano a riformulare input o domande – e si interroga su cosa succede quando questa tendenza incontra una vulnerabilità reale.

La rete e i social sono un bacino creativo o un luogo di insidie da cui bisogna diffidare?

Nel secondo spazio espositivo che presenta «Rage Bait» – una piscina privata situata accanto alla famosa chiesa del Redentore di Palladio – si trova una monumentale installazione video site-specific intitolata «But I Love Human». Qui, l’acqua della piscina si increspa riflettendo immagini in movimento generate da un enorme schermo Led sospeso sopra la superficie. Un riflesso contemporaneo simile a quello del mito greco di Narciso, che si innamorò vanamente della propria immagine riflessa nell’acqua. But «I Love Human» è un supercut di dieci minuti che presenta persone che imitano Npc – i non player character dei videogiochi – ripetendo gesti meccanici e dialoghi predefiniti per un pubblico online, spesso a pagamento.

Che cosa comporta?

È il sintomo di una cultura plasmata dalla domanda algoritmica: esseri umani che imitano macchine che imitano esseri umani. Oggi le catene di montaggio includono anche TikTok e altre piattaforme, dove l’oggetto dell’automazione non è più solo il lavoro, ma la persona stessa.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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