Da Raffaello a Hayez, cosa vedere alla Pinacoteca Tosio Martinengo

Nel museo bresciano dedicato alla pittura sono custoditi alcuni dei tesori più importanti dell’arte: viaggio dentro allo scrigno espositivo in via Moretto
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Una delle sale della Pinacoteca Tosio Martinengo - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Una delle sale della Pinacoteca Tosio Martinengo - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Nella piazza antistante l’ingresso non ci sono più i due leoni che accoglievano i visitatori, ma non per questo la Pinacoteca Tosio Martinengo perde smalto. Anzi. La collezione civica nel cuore di Brescia vale sempre una visita (e non solo perché gratuita per chi è residente a Brescia): è la raccolta dei dipinti (ma non solo) della città e al suo interno si trovano dei capolavori. Tra cui quelli di Hayez, Lotto, Canova e – quando non sono in prestito, essendo le sue opere molto molto richieste – Raffaello.

La pinacoteca

Prima di tutto, cos’è una pinacoteca? Secondo Treccani, nell’antica Grecia «pinacoteca» era la «denominazione delle raccolte di tavole dipinte (πίνακες), spec. di carattere votivo, e delle sale in cui erano sistemate tali raccolte». E, in termini più moderni, una «galleria, o sezione di un museo, in cui sono raccolte ed esposte opere di pittura, per lo più di epoche diverse». Potremmo aggiungere: «perlopiù». Perché, ormai, anche se di base una pinacoteca accoglie lavori dipinti, qua e là si trovano spesso anche sculture, calchi, oggetti decorativi... Proprio come accade nella Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia, la collezione d’arte di Fondazione Brescia Musei che sorge in piazza Moretto in città.

La sede è in piazza Moretto - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
La sede è in piazza Moretto - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Il patrimonio della Pinacoteca si è formato soprattutto tra Ottocento e Novecento grazie alle donazioni di privati cittadini e al lavoro del Comune, che ha raccolto e conservato opere d’arte e memorie storiche legate alla città. Molti di questi materiali rischiavano infatti di essere sottratti alle loro destinazioni tradizionali a causa delle profonde trasformazioni amministrative e urbanistiche avviate dalla fine del Settecento. Il risultato è un percorso che attraversa secoli della storia dell’arte e della città: dal Trecento alla pittura dell’Ottocento, passando per il Rinascimento bresciano, la stagione realista di Ceruti e le arti decorative.

La storia della collezione

Per capire il percorso è utile conoscere anche la storia della collezione. La Pinacoteca civica bresciana prende concretamente il via nell’Ottocento con Paolo Tosio, conte, poeta e uomo di vasta cultura letteraria. Nel suo palazzo – Palazzo Tosio, oggi sede dell’Ateneo di Brescia – aveva creato un salotto frequentato dai protagonisti della cultura bresciana del primo Ottocento e aveva raccolto dipinti, sculture, stampe, disegni e objects d’art. Con il testamento del 12 marzo 1832 decise di destinare le proprie collezioni e la biblioteca al Comune, affinché fossero conservate a Brescia e messe a disposizione del pubblico. La donazione divenne effettiva dopo la morte della moglie Paolina, nel 1846.

Gli interni di Palazzo Tosio - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Gli interni di Palazzo Tosio - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

La galleria Tosio aprì al pubblico nel 1851, mantenendo la disposizione originaria delle opere e degli arredi del palazzo. Nel frattempo la raccolta continuava a crescere: arrivarono opere donate o lasciate in eredità da collezionisti privati e dipinti di proprietà comunale, comprese grandi pale provenienti da chiese demolite o soppresse. Il numero degli oggetti rese presto necessario trovare nuovi spazi. Nel 1884 Francesco Leopardo Martinengo da Barco lasciò alla città il proprio grande palazzo e fu così possibile distribuire in maniera più razionale gli oltre 600 oggetti che affollavano le sale di Palazzo Tosio. Nel Palazzo Martinengo da Barco venne aperta nel 1889, dopo importanti lavori di adeguamento affidati all’architetto Antonio Tagliaferri, la Pinacoteca Comunale Martinengo, con le opere che non appartenevano al legato Tosio.

Nel 1903 l’amministrazione cittadina decise di riunire le due raccolte in un’unica pinacoteca, per ragioni economiche. Dopo un complesso lavoro di riordino, la Pinacoteca Tosio Martinengo fu definitivamente sistemata e aperta al pubblico il 27 settembre 1914.

Raffaello, Lotto e la pittura bresciana

Il percorso espositivo parte dal Trecento e si dipana attraverso grandi sale dai soffitti affrescati e con pareti decorate con velluti colorati. i incontrano opere di Raffaello, Lorenzo Lotto, Vincenzo Foppa, Savoldo, Romanino, Moretto, Giacomo Ceruti, Andrea Appiani, Antonio Canova, Berthel Thorvaldsen e Francesco Hayez. Accanto ai dipinti ci sono anche sculture, vetri veneziani e particolari arredi.

Le sale della Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia
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Le sale della Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia

Raffaello occupa dunque un posto importante nella storia della collezione, oltre che nel percorso. Tra il 1821 e il 1822 Tosio acquistò tre opere allora presentate sul mercato con un riferimento al pittore: il Cristo redentore benedicente, la Madonna dei garofani e un «ritratto di giovane». Gli studi successivi hanno però modificato l’attribuzione di due di queste opere. La Madonna dei garofani, attribuita con qualche riserva già in precedenza, è oggi ritenuta opera della bottega dell’Urbinate. Il «ritratto di giovane» è stato invece riconosciuto come uno degli angeli della pala di San Nicola di Tolentino, distrutta e considerata la prima opera documentata di Raffaello. Il Redentore e l’Angelo sono tra le testimonianze più note della raccolta, insieme all’«Adorazione dei pastori» di Lorenzo Lotto.

Per quanto riguarda la pittura bresciana, l’attenzione di Tosio si concentrò soprattutto sul Moretto, già avvicinato da Giorgio Vasari a Raffaello. Da qui nacque anche l’epiteto di «Raffaello bresciano», destinato a entrare in uso negli ambienti culturali vicini al conte. A Vincenzo Foppa è quindi dedicata la seconda sala: qui è conservato lo «Stendardo di Orzinuovi», ultima opera dell’artista e punto estremo della sua ricerca pittorica. Anche Roberto Longhi vi riconobbe un manifesto della pittura di realtà, lontana dalle idealizzazioni rinascimentali e orientata verso un naturalismo estremo. 

Dopo Foppa, la pittura bresciana si apre in maniera significativa alla tradizione veneziana e al magistero di Tiziano. Sono Savoldo, Romanino e Moretto i tre protagonisti di questa stagione. Imperdibile, in Pinacoteca, è il «Flautista» di Savoldo, nel quale la si riconosce una certa ricerca luministica pre-caravaggesca. Romanino segue invece una strada più dirompente. Nei dipinti alterna cromatismi preziosi, come nel grande manto argenteo della Vergine della Natività, alla libertà degli affreschi. In particolare qui si trovano le due Cene provenienti da Rodengo, che sono esposte nel salone della Pinacoteca e che mostrano figure monumentali e scene teatrali. Moretto sviluppa infine un rapporto particolarmente concreto tra figure sacre e dimensione umana: il classicismo raffaellesco viene tradotto in una dimensione affabile e quasi domestica.

Il mondo di Giacomo Ceruti

Se c’è un artista che caratterizza in modo particolare la Pinacoteca Tosio Martinengo è Giacomo Ceruti, pittore milanese attivo a Brescia nella prima fase della sua carriera. In città lasciò una notevole serie di dipinti dedicati alla vita quotidiana e soprattutto a persone povere, i cosiddetti «pitocchi», da cui deriva il soprannome di Pitocchetto.

Le sue opere ebbero fortuna nelle dimore aristocratiche bresciane del Settecento, ma si distinguevano dalla tradizionale pittura di genere e tra i lavori più apprezzati e noti ci sono la «Scuola di ragazze» e la «Lavandaia», che raffigura una donna intenta nel suo lavoro alla fonte che, in un momento di distrazione, guarda l’osservatore del quadro con un’espressione stanca e malinconica.

La lavandaia di Giacomo Ceruti
La lavandaia di Giacomo Ceruti

Vetri, arti decorative e scultura

La Pinacoteca conserva anche una parte importante della storia delle arti decorative, legata soprattutto alla raccolta di Camillo Brozzoni. Nel 1863, anno della sua morte, il collezionista bresciano donò al Comune le proprie raccolte, composte da dipinti antichi e moderni, stampe e numerosi oggetti: ceramiche, bronzetti, medaglie, oreficerie, avori, smalti e un importante nucleo di vetri veneziani. Quest’ultimo è particolarmente rilevante ed è paragonabile alle più importanti collezioni europee. Documenta le tecniche e le tipologie della produzione vetraria veneziana tra Quattrocento e Settecento.

Una selezione si trova nella tredicesima sala. Ci sono lattimi, soffiati decorati con motivi a filigrana, calcedonii, ottenuti attraverso la mescolanza di materiali diversi per creare un effetto simile all’agata zonata, e vetri barocchi incisi a punta di diamante. È una raccolta che amplia il significato stesso di pinacoteca e che conferma quanto detto: accanto alla pittura trova spazio anche la storia degli oggetti, delle tecniche e della cultura materiale.

Non manca, infine, la scultura neoclassica. La Pinacoteca di Brescia, tra le altre cose, conserva il busto in marmo di Eleonora d’Este realizzato dallo scultore Antonio Canova. Si tratta di un esemplare che arriva da una serie di volti che l’artista realizzò in tarda età per celebrare le donne descritte dai grandi autori della letteratura italiana.

Le microdanze di Aterballetto in Pinacoteca Tosio Martinengo - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it
Le microdanze di Aterballetto in Pinacoteca Tosio Martinengo - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it

Dalla Pinacoteca Tosio Martinengo non passa però solo la classicità. Dalla riapertura, negli anni sono passati di qui artisti della fotografia – come David LaChapelle e Bruce Gilden, che hanno omaggiato le opere di Ceruti e Raffaello in prestito negli Stati Uniti, in due momenti diversi – e diversi appuntamenti di danza contemporanea.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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