Ci sono poche cose al mondo considerate incomprensibili quanto la danza contemporanea. Eppure alcune città sono state in grado di costruire un pubblico appassionato, fedele e preparato, che non ritiene quegli spettacoli snob o astrusi. Brescia è una di queste. Il merito va alle istituzioni culturali che negli ultimi anni hanno deciso di investire su questa scena, proponendo stagioni ad hoc o infilandola in cartelloni pluridisciplinari. E se a frenare molte persone è l’idea di dover «capire tutto» basti sapere che, come accade per l’opera lirica o per il balletto classico, anche qui esistono strumenti che accompagnano: sinossi, note di regia, programmi di sala... Il resto lo fanno sensibilità personale e disponibilità a lasciarsi guidare dai movimenti e dalla musica (quando c’è).
A Brescia le possibilità sono davvero molte. Solo negli ultimi dieci anni ci sono stati appuntamenti davvero irrinunciabili. Si è esibita Alessandra Ferri con una coreografia di Maurice Béjart. È passata Cristiana Morganti, ex ballerina del Tanztheater che ha danzato per Pina Bausch. Angelin Preljocaj – residente all’Opera di Parigi – ha creato coreografie site specific per la Pinacoteca Tosio Martinengo e il Coro delle Monache. Hofesh Schechter è passato da Brescia diverse volte. Idem Anne Teresa De Keersmaeker. Ohad Naharin. Virgilio Sieni, Wayne McGregor, Trajal Harrel, Emanuel Gat, Annamaria Ajmone.
La storia
Sono dunque lontani gli anni Settanta, quando a Brescia c’era solo il balletto classico al Teatro Grande e quando le ragazze e i ragazzi appassionati di danza (la cui Giornata mondiale cade il 29 aprile) dovevano prendere il treno e andare a Milano per vedere dal vivo Carolyn Carlson (che si esibì alla Scala nel 1979), a Cremona o a Ferrara o a Verona (dove arrivò Maurice Béjart). L’unica vera contemporaneità la si respirava nelle gallerie d’arte, che proponevano body art e performance (una delle ultime opere di Ketty La Rocca fu ospitata alla Galleria Nuovi Strumenti, pochi mesi prima della sua morte). Oggi, invece, la danza contemporanea è uno dei biglietti da visita della scena culturale bresciana.

La città ha dato peraltro i natali a diversi coreografi e artisti acclamati. Su tutti Cristina Caprioli, classe 1953, che da anni vive e lavora a Stoccolma, dove ha ricevuto la Royal Gold Medal «Illis quorum meruere labores» nel 2021, e che nel 2024 ha ricevuto il Leone d’Oro alla Carriera alla Biennale danza di Venezia. E poi Diego Tortelli: il coreografo è il nome del momento, e non solo perché ha firmato la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. La sua fama ormai è internazionale, ma il legame con Brescia resta forte, anche grazie alle due istituzioni maggiori che più di tutte puntano sulla danza contemporanea, ovvero Fondazione del Teatro Grande e Centro teatrale bresciano. Che tuttavia devono molto a un’altra realtà bresciana che ha davvero avuto il merito di aver portato questa disciplina in città: Danzarte.
Quando la danza contemporanea arrivò a Brescia
Dietro a Danzarte – oggi confluita nel circuito Claps – c’è Luisa Cuttini. «Il contemporaneo a Brescia lo proposi per la prima volta nel 1989: allora non c’erano corsi che andavano oltre il moderno. Ma oltre alla danza praticata, Danzarte portò anche quella dal vivo. Erano gli anni intorno al 2000: fu l’assessore Giovanni Comboni a chiedere un festival di danza. Da allora ho lavorato molto su questo fronte per la mia città».
Inizialmente, dice Cuttini, era impegnativo promuovere il contemporaneo. «Era una novità. Lo si praticava negli oratori, in maniera amatoriale. Via via la disciplina si è fatta professionale: la città la accolse e altre persone iniziarono a cimentarsi su questo fronte. Prendiamo Giulia Gussago, Marina Rossi... Da insegnanti sono diventate coreografe. In generale la danza, dalla classica alla contemporanea, è sempre stata molto praticata a Brescia. E anche se oggi pare che la richiesta sia scemata un po’, è solo perché si sono moltiplicate le proposte. Come la danza aerea, che ha avuto un successo incredibile. Come la contemporanea, da amatoriale ora è presente in moltissime scuole».

Per quanto riguarda gli spettacoli di danza, molto è cambiato dal 2000 e da quei primi festival. «Dopo il primo – che era primaverile – sono nate altre rassegne, come “Quasi solo”, con le proposte più di ricerca, autunnale. Dopodiché è arrivato il Teatro Grande. O meglio: la sua nuova veste. Il sovrintendente Umberto Angelini, che lo dirige dal 2011, ha puntato tantissimo sulla danza, con risorse ingenti. Cifre lontanissime dai contributi che avevamo noi a disposizione. Abbiamo quindi fatto un passo indietro e anche gli artisti emergenti hanno iniziato a gravitare attorno al Grande. Non abbiamo però smesso di proporre la danza: “Quasi solo” ora si svolge a Milano, alla Fabbrica del Vapore, e a Brescia c’è la danza urbana di La Strada Festival e La Strada Winter».
I grandi nomi, dunque, oggi arrivano al Teatro Grande e al Teatro Sociale e «sono una possibilità enorme per Brescia. C’è una proposta di alta qualità e fama. Sulla formazione ho qualche dubbio, ma la parte programmatica è forte e spettacolare».
Al Teatro Grande
Il Teatro Grande, dicevamo. A dirigerlo artisticamente è il sovrintendente Umberto Angelini. Il quale conferma la vivacità cittadina. «Negli ultimi 15 anni c’è stata una forte maturazione del pubblico, anche grazie a lavoro fatto negli anni. Il pubblico ha avuto la possibilità di vedere in maniera continuativa ciò che c’è a livello nazionale e internazionale. E così c’è stata crescita di sguardo e sensibilità».Angelini si riferisce al contemporaneo, ma non solo. «Accanto ai nuovi lavori, il Grande ha iniziato a offrire anche un balletto classico di qualità».

Per quanto riguarda i talenti bresciani, «le scelte fatte ci hanno permesso di avere in stagione artisti come Tortelli – immaginando per lui occasioni in cui potesse creare lavori specifici per Brescia – o come Camilla Pasetto e lo studio Moonwalk. In quest’ultimo caso la loro danza contemporanea si fonde con la lirica, sia durante la Festa dell’Opera che durante la stagione di Opera e Balletto».
Quando gli chiediamo tre fra i coreografi più incredibili passati dal Grande, Angelini non esita. «William Forsythe, certamente. E poi Mamela Nyamza, che si esibì solo a Brescia e Milano e a cui poi fu assegnato il Leone d’Oro alla Biennale danza. Infine segnalo un’italiana: Stefania Tansini, premio Ubu come performer under 35, che come Fondazione abbiamo sostenuto da quando era un talento acerbo. Per tre anni le abbiamo permesso di fare ricerca, consentendole di fare un percorso che non sfociasse per forza in una produzione. È qualcosa di anomalo per l’Italia, un sostegno che dà davvero libertà».

Come migliorare una situazione che è già rosea? Angelini ha un piccolo sogno. «Ora come ora abbiamo poi la possibilità di presentare gli spettacoli nella Sala Grande del teatro che conta 900 posti e nelle sale minori come il Salone delle Scenografie o il Ridotto, per un centinaio di persone. Servirebbe uno spazio intermedio per arricchire e diversificare ancora di più la programmazione».
Al Sociale e nei musei
Bresciano è anche Gigi Cristoforetti, direttore generale e artistico della Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto di Reggio Emilia. «Credo che oggi più che mai si debba considerare la danza come un linguaggio trasversale, capace di dialogare con spazi differenti tra loro, con generazioni e sensibilità diverse», dice. «Per questo ormai il Centro coreografico nazionale che dirigo produce spettacoli per palcoscenici grandi o piccoli, con 16 danzatori o metà compagnia. Per stagioni danza, di musica e di teatro. Ci dedichiamo molto al site specific come all’innovazione tecnologica. A Brescia avete avuto e avrete un saggio di tutto questo».
Cristoforetti si riferisce ad alcuni dei più recenti spettacoli andati in scena in città: Aterballetto collabora infatti con il Centro teatrale bresciano (e quindi con il Teatro Sociale) e con Fondazione Brescia Musei.

Al Sociale in particolare negli ultimi mesi sono andati in scena «Notte Morricone», show musicale e coreutico dedicato al compositore italiano, e «Dreamers», con coreografie di Crystal Pite, Tortelli, Philippe Kratz e Preljocaj. E anche Stefania Tansini passò di lì nel 2023, per il festival Duende.
«Con Brescia Musei non solo abbiamo avuto modo di presentare performance nei luoghi museali della città, ma stiamo anche lavorando a un progetto nazionale molto importante sull’uso della realtà virtuale per far dialogare spazi e opere d’arte con i corpi. In una logica di valorizzazione dei musei grazie alla danza e alla tecnologia».




