Palladio conquista Pechino: «Ecco come lo vedono gli architetti cinesi»

A parlare è Pierre-Alain Croset, bresciano d’adozione, tra i curatori della mostra «Chinese Voices on Palladio. From Classical Architecture to Contemporary Experiment», aperta dal 10 luglio al Tsinghua Art Museum
Sara Polotti

Sara Polotti

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«Chinese Voices on Palladio. From Classical Architecture to Contemporary Experiment»
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«Chinese Voices on Palladio. From Classical Architecture to Contemporary Experiment»

Dopo i 550mila visitatori della grande mostra storica dedicata ad Andrea Palladio, la Cina continua a guardare all’architetto veneto. E lo fa ora attraverso gli occhi di quattordici protagonisti dell’architettura contemporanea cinese. «Chinese Voices on Palladio. From Classical Architecture to Contemporary Experiment», aperta dal 10 luglio al Tsinghua Art Museum di Pechino, avrebbe dovuto chiudere l’11 ottobre. Il successo dell’esposizione ha però spinto la direzione del museo a chiedere una proroga di due mesi. Tra i curatori c’è l’architetto bresciano d’adozione e professore al Politecnico di Milano Pierre-Alain Croset, insieme a Michele Bonino, Giorgia Cestaro ed Edoardo Piccoli per il Politecnico di Torino e a Qing Feng e Li Luke per la Tsinghua University. Il progetto è promosso dall’Ambasciata d’Italia a Pechino e dall’Istituto italiano di cultura e nasce nel quadro delle iniziative per il 55° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Cina.

Dalla mostra storica alle «voci» contemporanee

L’idea di dedicare due mostre a Palladio è nata dall’ambasciatore italiano Massimo Ambrosetti, vicentino. La prima esposizione, curata dal Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio di Vicenza e ospitata al National Museum of China, ha attirato circa 550mila visitatrici e visitatori. «Guido Beltramini, direttore del Centro Palladio, ha osservato che in due mesi in Cina si sono avuti più visitatori che in due decenni in Italia», racconta Croset. Un pubblico composto solo in minima parte da addetti ai lavori: «C’erano famiglie, bambini attratti anche dai plastici, turisti... Il novanta per cento non era composto professionisti dell’architettura».

L'architetto Pierre Alain Croset - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
L'architetto Pierre Alain Croset - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

La seconda mostra cambia prospettiva, chiedendo cosa il suo pensiero possa ancora dire a chi progetta oggi. Le architette e gli architetti coinvolti, tra cui Yung Ho Chang, Gong Dong, Li Xinggang e Zhang Li, rispondono attraverso installazioni, disegni, modelli e videointerviste. «Non volevamo misurare una possibile influenza di Palladio sull’architettura cinese», chiarisce Croset. «Ci interessava capire come le sue opere, i suoi disegni e le sue parole possano essere ancora utili per pensare l’architettura contemporanea».

Il legame tra il Veneto e la Cina passa dall’armonia

Le risposte hanno sorpreso le curatrici e i curatori. «Siamo andati ben oltre una conoscenza scolastica», dice Croset. Molti degli architetti avevano incontrato Palladio durante gli studi, spesso attraverso l’insegnamento dell’architettura occidentale, ma il confronto diretto con l’Italia ha portato a riflessioni più personali.

La prima riguarda il rapporto tra il classicismo europeo e quello cinese. «Hanno messo in relazione Palladio con la propria tradizione architettonica», spiega Croset. «Tornano continuamente il tema dell’armonia, del ritmo e delle proporzioni geometriche e matematiche. Il senso dell’armonia è molto importante anche nella cultura cinese».

Un altro punto di contatto è il rapporto tra architettura e natura. «Sono tutti progettisti molto interessati a questo tema. Nelle ville di Palladio hanno trovato un rapporto armonico con l’ambiente che hanno accostato ai giardini e ai paesaggi cinesi. Non è una semplice questione di simmetria, ma di armonia».

La mostra comprende anche dodici dittici della fotografa Lois Conner, che mettono in dialogo le architetture palladiane del Veneto e i paesaggi della Cina contemporanea, e una sezione dedicata alle opere di cinque artisti italiani contemporanei. I dati definitivi sul pubblico non sono ancora disponibili. La proroga, però, è già un segnale. «È raro che accada, soprattutto in un museo con una programmazione stabilita con due o tre anni di anticipo», conclude Croset. «Ed è importante non solo per Palladio, ma per la reputazione della cultura italiana in Cina. Da questo punto di vista, i due Paesi sentono una certa vicinanza».

La mostra ha generato anche un libro dall’omonimo titolo edito da Treccani e pubblicato in tre lingue (italiano, inglese e cinese).

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