Il Museo Lechi di Montichiari non è solo uno scrigno di tesori e uno spazio espositivo dedicato alla conservazione delle opere d’arte, ma una vera e propria fucina culturale: un luogo aperto alla ricerca, alla formazione, allo studio e alla condivisione del patrimonio artistico con il territorio e con la comunità scientifica. Oltre al percorso permanente con opere della collezione Lechi, ospite mostre temporanee, anche di artisti contemporanei, appuntamenti culturali, una sala studio libera e la volontà di valorizzare alcuni tesori presenti nei depositi. Lo spiega il direttore di Montichiari Musei, Federico Troletti, che, in collaborazione con l’assessorato alla Cultura retto da Martina Varone, si occupa di questa importante “fucina”.
Direttore, qual è il patrimonio artistico del Museo Lechi e come nasce?
Le opere raccolte nella collezione Lechi comprendono capolavori databili tra il Cinquecento e l’Ottocento. Il museo è frutto della generosità dei conti Luigi e Piero Lechi: i due fratelli, in continuità con la grande tradizione collezionistica della famiglia, decisero di destinare le rispettive raccolte artistiche a vantaggio della comunità, donandole al Comune di Montichiari. In particolare, Luigi era legato alla città per avervi esercitato la professione notarile per oltre quarant’anni. Tra le numerose opere spiccano capolavori di artisti come Alessandro Bonvicino, noto come il Moretto, e Giacomo Ceruti, detto il Pitocchetto.

Qual è uno degli obiettivi futuri del Museo Lechi?
Desideriamo valorizzare ed esporre anche alcune opere che attualmente si trovano nei depositi. L’intenzione è studiarle, renderle accessibili e inserirle, insieme alle altre, anche in circuiti di ricerca e di prestito. È un processo già avviato che il museo desidera proseguire e incrementare. A gennaio, ad esempio, un’opera di Bellotti è stata prestata alla Gallerie dell’Accademia di Venezia. Il fatto che grandi istituzioni richiedano le opere dimostra il valore della collezione Lechi.
Quali nuclei della collezione si vorrebbero svelare?
Per fare un esempio, il museo desidera arrivare all’esposizione delle miniature appartenenti alla donazione Lechi e risalenti all’Ottocento. Inoltre, il museo possiede anche un importante fondo di disegni, soprattutto del Sei e Settecento, raccolti dai Lechi: materiali ancora poco indagati, che attendono di essere studiati da ricercatori e specialisti. Tutto ciò rientra nel concetto di fucina culturale che si contrappone all’immaginario comune dei musei talvolta visti come luoghi “austeri”, immobili. No, il museo è luogo in movimento, terreno di studio, ricerca, incontro e scambio di sapere.
Coerente a tale impostazione, è la messa a disposizione della biblioteca.
I Lechi avevano donato un importante fondo librario dedicato ai libri d’arte. Il museo ha catalogato i volumi per inserirli nella rete Opac. In questo modo i libri sono diventati realmente visibili e accessibili agli studiosi che possono richiedere fotocopie o consultarli direttamente in sede. Molti testi presenti nel fondo librario sono rari e non disponibili in altre biblioteche della provincia bresciana. Quindi il museo ha voluto dare una vera dignità scientifica alla biblioteca, considerandola parte integrante dell’istituzione museale. La raccolta viene inoltre incrementata con nuovi ingressi, mantenendo però compatto il nucleo storico originario.

Nel concetto di “fucina culturale” ha un ruolo importante anche il Servizio civile?
Per il museo, il Servizio civile rappresenta un’occasione di formazione storico-artistica: i ragazzi partecipano agli allestimenti, alla catalogazione, li formiamo con corsi e alcuni di loro continuano l’attività attraverso collaborazioni e percorsi di ricerca. La formazione di nuove professionalità è considerata essenziale per il futuro degli studi storico-artistici. Il museo vuole essere una “fucina” che forma competenze e mette il materiale a disposizione degli studiosi. Da segnalare, inoltre, che è presente una sala studio libera e gratuita, a disposizione della comunità, di chi ama studiare immerso nell’arte. L’importanza riconosciuta alla formazione emerge anche con le attività didattiche.
Esistono altri progetti futuri legati alla digitalizzazione?
Uno dei sogni è digitalizzare l’intero archivio fotografico legato a «Le Dimore Bresciane», la storica pubblicazione di Fausto Lechi: abbiamo tutto il materiale preparatorio dei volumi dedicati alle dimore storiche, alcune delle quali oggi non esistono più. Il desiderio è trasformare anche questo patrimonio in una risorsa aperta alla ricerca e alla consultazione.
E la Sala della Riserva?
Non è solo un luogo espositivo, ma accoglie eventi culturali organizzati in collaborazione con l’assessorato alla Cultura, sempre in linea con l’idea di un museo aperto alla comunità.



