Ferdinando Scianna : «Io e Berengo Gardin, amici per sessant’anni»

Confessa di essere arrivato a Brescia per raccontare Berengo Gardin in preda a un poco di apprensione. «Mi sono preso addirittura degli appunti, che finirò per non usare. Ma la verità è che potrei parlare per giorni e con il rischio di non fermarmi più». Ha mantenute fede alle premesse Ferdinando Scianna, che per l’occasione del Brescia Photo Festival ha accolto l’invito di Renato Corsini a rendere omaggio all’amico, prima che maestro indiscusso dell’arte fotografica. Una gerarchia d’intenti non scontata, come ha premesso Corsini nell’incontro in Cavallerizza, sede del Macof: «L’umanità e la gentilezza di Berengo Gardin, per noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo bene, rischiano di prevaricare il discorso professionale».
Lavori a confronto
Due aspetti che si disvelano però imprescindibili nei racconti di Scianna: «L’ho conosciuto più di sessant’anni fa, prima che me ne andassi da Bagheria per rincorrere la mia avventura professionale. L’ho ritrovato a Milano e da subito ci ha legati un’amicizia che non si è più estinta, caratterizzata da stima priva di invidie o rivalità. Io e Gianni eravamo fra i pochi a mostrarci i reciproci lavori in corso». E aggiunge: «Capitava che non fossimo d’accordo, come quando decise di rifare il libro su Luzzara di Paul Strand; o quando mi suggeriva di tagliare delle foto pur conoscendo le mie nevrosi sul tema. Una cosa così può sembrare una banalità, ma implica una grande complicità amicale e culturale fra due persone che possono misurarsi su cose fondamentali del loro procedere artistico ed estetico».
Lo traduce in aneddoto Corsini: «Capitava che io e Gianni lavorassimo a un suo libro per settimane, trattando sugli scatti da inserire. E quando finalmente si trovava la quadra, puntualmente mi diceva che era arrivato il momento di farlo vedere a Scianna. Succedeva ogni volta e non era una questione semplicemente professionale. Da quando aveva compiuto 86 anni avevamo preso l’abitudine di festeggiare ogni suo compleanno a casa mia e sempre si assicurava che mi fossi ricordato di invitare anche Ferdinando».

«L’ho considerato sempre uno dei miei grandi amici e penso fosse reciproco – gli fa eco Scianna –, ma il nostro rapporto, come il nostro modo di fotografare, non era dello stesso tipo. Mica ti abbracciava o ti diceva di volerti bene: lo dovevi sapere tu. Io ero il terrone di Bagheria, lui il ligure avaretto nei sentimenti, ma generosissimo nella sua fotografia, che amava d’un amore viscerale. Gianni non era un fotografo, ma un dato di fatto. Chi verrà dopo dovrà fare i conti con la sua straordinaria raccolta di materiale antropologico, sociologico, estetico e anche morale sul tempo che ha vissuto».
Una produzione compendiata in 254 libri, che avrebbero potuto essere di più. «Sono andato a trovarlo poco prima che morisse – ricorda Corsini – e mi ha ribadito la sua gratitudine per una vita trascorsa facendo qualcosa che gli dava così tanta gioia. La Leica, per lui, era un’estensione della sua stessa mano». L’ultimo racconto tocca a Scianna: «L’avevo invitato a partecipare al mio film e con grande generosità aveva accettato. C’era questa grande vivacità e frenesia sul set, fra fonici, tenici delle luci e operatori. E a un certo punto Gianni ha preso da parte il regista, Andò, e gli ha confessato di essere avvilito: non aveva con sé la macchina, ma avrebbe voluto scattare una foto al fonico in mezzo ai suoi cavi. Era in preda al rimpianto, per essersi lasciato scappare un momento di bellezza senza poterlo cogliere».
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