Addio a Gianni Berengo Gardin, ma non alle sue «vere fotografie»

«Ma guardi lei se a 94 anni devo ancora fare il contadino»: sorridente, seppur stanco, Gianni Berengo Gardin aveva chiacchierato con il Giornale di Brescia non più tardi di qualche giorno fa. L’occasione era stata il centenario della Leica I, la macchina fotografica che per tutta la carriera e per tutta la vita ha tenuto tra le mani, scattando con il suo occhio preciso, estetico, umano e documentale. Sempre in bianco e nero.
La scomparsa
Una vita in bianco e nero, quindi, la sua. Una vita in analogico. Gianni Berengo Gardin è mancato all’età di 94 anni, lasciando un’eredità iconografica che attraversa il quasi secolo di storia che ha raccontato con la sua Leica, cambiando in alcuni casi anche le sorti della società. Il fotografo nato a Santa Margherita Ligure il 10 ottobre 1930 si è spento a Genova, non lontano dall’amata Camogli, nella notte tra mercoledì e giovedì.
Anche con Brescia aveva un forte legame, e non solo perché presidente del centro di fotografia Cavallerizza (ex Macof) in via Cairoli. «Brescia fa per la fotografia più di ogni altra città italiana. Ha un occhio attento. Le sono molto riconoscente», ci aveva detto.

La sindaca Laura Castelletti ha voluto ricordarlo così: «Ha dedicato la sua vita alla denuncia sociale, raccontando il mondo con occhi attenti ai temi più attuali e delicati, cercando sempre di essere un testimone obiettivo e fedele della realtà. Indelebile per me resta il ricordo di Gianni con la sua inseparabile Leica in mano, pronta a scattare, compagna di viaggio e strumento potente contro l’indifferenza».
Racconto e denuncia
Il suo modo di fotografare era attento, curioso, mai superficiale, preciso e bello, nel senso della bellezza più pura, umana ed emozionante. Con la sua Leica ha immortalato strade, piazze, fabbriche... La sua mano ha fermato il tempo in bianco e nero, fermando quella che lui ha definito «la commedia umana»: i volti e le storie di un’Italia che cambiava rapidamente, che affrontava rivoluzioni sociali e culturali. Come quella dei manicomi. Nel 1969, con Carla Cerati, pubblicò «Morire di classe», un reportage sugli ospedali psichiatrici che contribuì a una presa di coscienza collettiva. E non si possono non citare gli altri lavori e i reportage per Il mondo, Domus, Epoca, L’Espresso, Le Figaro, Time, gli scatti d’architettura, ma anche la foto-denuncia delle grandi navi in passaggio continuo nella laguna di Venezia.

Pellicola
La sua passione per la pellicola era un manifesto, e lo si vedeva anche sulle immagini stampate: «Vera fotografia», si legge dietro alle sue opere. «La foto è nata con la pellicola, e purtroppo sta morendo con essa», ci ha raccontato. Le sue Leica raccontano di una fedeltà quasi romantica a un modo di fare fotografia che lui elevava a mestiere, mai definendosi artista. «Ne possiedo ventidue», aveva sorriso. «I nuovi modelli digitali? Li ho provati, ma mai acquistati».
Con più di 360 mostre personali e centinaia di libri – oltre 260 pubblicati – in cui si concentra la memoria visiva del nostro Paese – dai cantieri industriali agli ambienti domestici, dai paesaggi silenziosi agli spazi d’arte e alle contestazioni, come quelle studentesche e quelle alla Biennale di Venezia – Berengo Gardin è stato testimone e reporter dell’Italia e del mondo a cavallo tra due secoli. E oltre agli scatti c’era l’uomo: semplice, riflessivo, appassionato, pacato. Un uomo che era sempre pronto a pensare e a rallentare. «Solo dopo, casomai, scatto», come ha svelato nell'ultima intervista della scorsa settimana. Un modello di attenzione e rispetto, il suo, per un’arte considerata come un potente strumento di racconto e di vita, da cogliere sempre nell’attimo più fugace, con discrezione. Soprattutto, con una capacità di selezione che alla luce delle abitudini contemporanee pare ormai vetusta, ma che riguardando il vasto e pregevole corpus di fotografie di Berengo Gardin acquisisce una rinnovata attrattiva: «Pensare, prima di scattare».
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