«Rifacciamo la pace? Quest’oggi? Qui? Vogliamo ritornare amici? Il papa ridiventa ancora l’amico degli artisti?». Prima che arrivasse Paolo VI, arte e Chiesa non dialogavano più. Era la metà del secolo scorso e il clero faticava a stare al passo con le sperimentazioni moderne. Per secoli Chiesa cattolica e artisti avevano vissuto in simbiosi: era l’arte a rendere chiare le Scritture ed era la Chiesa ad appoggiare – commissionando le opere che adornavano i luoghi di culto – gli artisti e le botteghe d’arte. Ma qualcosa si ruppe. Fu proprio Giovanni Battista Montini, il papa bresciano, ad avere il merito di riavvicinare le due realtà: fu lui a voler ricucire il legame e fu lui a introdurre nei Musei Vaticani l’arte moderna, inaugurando la galleria nel 1973 (con un lungimirante e visionario discorso) e celebrando la messa degli artisti nella Cappella Sistina. Paolo VI comprese insomma che anche l’astrazione, il simbolismo e i linguaggi non figurativi potevano parlare di spiritualità e trascendenza.
È da qui che nasce la Collezione Paolo VI di Concesio, che sorge nel luogo che diede i natali a papa Montini e che, a oggi, è l’unico museo d’arte contemporanea di Brescia e provincia. Non si tratta, come il nome potrebbe suggerire, di una collezione dedicata a lavori su papa Montini (1897-1978), divenuto Pontefice nel 1963 e quindi protagonista del Concilio Vaticano II, ma di un archivio di opere d’arte contemporanea dedicate alla spiritualità, all’essere umano, alla società e alla religione (cristiana, soprattutto, ma non per forza).
La Collezione
Il museo non è sempre stato qui, in via Marconi. Inizialmente si trovava in via Monti, in città. La sede odierna, che si trova sull’area della casa natale della famiglia Montini, è stata inaugurata nel 2009 da papa Benedetto XVI ed è visitabile dal 2010. Il complesso presenta un edificio più a nord che ospita l’Istituto Paolo VI, un centro internazionale di studi sulla figura di Montini; quello centrale accoglie il museo; l’edificio curvilineo più a sud è un auditorium per 250 persone.
La Collezione (gestita dall’Associazione Arte e Spiritualità Centro studi «Paolo VI» sull’arte moderna e contemporanea, e il cui patrimonio di opere d’arte è proprietà dell’Opera per l’Educazione Cristiana) presenta un patrimonio immenso e prezioso, con opere di Matisse, Chagall, Picasso, Dalí, Magritte, Rouault, Severini, de Chirico, Morandi, Fontana, Manzù, Hartung, Guitton... La collezione, disposta su due piani per un totale di circa mille metri quadrati di superficie espositiva, comprende circa 8.000 opere, e quelle esposte sono circa 250. E oggi è diretta da don Giuliano Zanchi.

Le opere iniziarono ad arrivare soprattutto tramite donazioni personali (anche per questo motivo sono presenti molti studi preparatori, bozzetti e piccole sculture). Molte furono raccolte direttamente da Paolo VI insieme al suo segretario, don Pasquale Macchi, figura fondamentale per la costruzione della collezione. E ancora oggi la maggior parte del partrimonio è frutto di lasciti e donazioni. Una delle ultime è la donazione Paci: il collezionista ed ex corniciaio Francesco Paci ha lasciato al museo il corpus di opere d’arte cinetica riconducibili ai membri del gruppo Grav (Groupe de recherche d’art visuel), collettivo attivo tra gli anni Sessanta e Settanta tra i protagonisti dell’arte programmata.

Il percorso e le opere
La prima opera che si incontra lungo il percorso è un’«Annunciazione» di Valentino Vago. Il tema è quello classico della tradizione sacra, ma reinterpretato attraverso un linguaggio contemporaneo: l’angelo e la Madonna sono solo intuibili.
Una sala è dedicata a san Paolo, figura molto cara a Montini anche per il suo valore ecumenico. L’iconografia tradizionale viene reinterpretata da artiste e artisti contemporanei come Dina Bellotti. La caduta da cavallo continua a comparire, pur non essendo presente nei testi evangelici. In altri casi il soggetto quasi scompare: Guido Peruz realizza due tavole lignee con foglia d’oro e lettere incise tratte dal racconto della conversione di Paolo. Il testo però non è realmente leggibile: resta evocazione, suggerimento, spiritualità astratta.
C’è poi una nicchia dedicata a Salvador Dalí, artista che negli anni si interrogò a lungo sul sacro. Qui è esposto un bozzetto di «Pietà con Madonna, san Giovanni e san Pietro». La croce si sovrappone a un’esplosione atomica, chiaro riferimento al clima del dopoguerra e alla paura nucleare.
Il percorso comprende anche una sala del paesaggio, a dimostrare come il sacro non passi soltanto dai temi religiosi espliciti. Mentre uno dei capolavori della collezione è «Il nido» di Felice Casorati: una ragazzina osserva alcuni uccellini appena nati. I toni grigi della bambina contrastano con il giallo acceso degli animali. L’opera parla del dopoguerra, della perdita dell’innocenza e della fragilità umana. Il percorso prosegue con l’astrattismo e l’aniconismo. Paolo VI intuì che anche l’arte astratta potesse aiutare la riflessione su ciò che non appartiene alla dimensione terrena.
Anche i crocifissi e le crocifissioni presenti nella collezione non raccontano soltanto la crocifissione, ma la sofferenza umana nel suo complesso. Un esempio sono le opere di Fausto Pirandello, figlio di Luigi Pirandello e dichiaratamente ateo, che nelle sue opere dedicate alla crocifissione elimina gli elementi tradizionali e che fa apparire Cristo uguale agli altri uomini. La sofferenza fisica diventa universale e anche il punto di vista cambia: lo spettatore si trova allo stesso livello dei personaggi. Anche Renato Guttuso, pur ateo, affrontò il tema della crocifissione: trasformò la croce in una svastica, denunciando nazismo e fascismo. Ancora una volta Cristo è nudo, umano, vicino agli altri uomini. E un’altra particolarissima crocifissione è quella in ceramica di Lucio Fontana, altro artista distante dalla fede religiosa tradizionale ma comunque interessato a confrontarsi con questa iconografia.
Il piano superiore
Si sale quindi al piano superiore, dove sono presenti tanti altri piccoli capolavori e tanti altri nomi importanti, a partire da una litografia metafisica di Giorgio de Chirico della serie delle piazze d’Italia con un forte senso di smarrimento umano e da una grafica di Pablo Picasso. Si racconta che don Pasquale Macchi andò personalmente a trovarlo, ma che l’artista si rifiutò di riceverlo e soprattutto di donare un’opera, dato che era ateo e anticlericale. Quella esposta venne acquisita in seguito: una litografia del 1952 dedicata alla pace, con la celebre colomba e l’arcobaleno.
Nel percorso si incontrano anche l’espressionismo tedesco, con artisti come Oskar Kokoschka, e quello francese. Ci sono opere di Marc Chagall ed Henri Matisse, testimonianza di come il dialogo cercato da Paolo VI coinvolgesse linguaggi artistici molto diversi tra loro.

E poi c’è Kengiro Azuma, a cui la Collezione dedicò una mostra personale nel 2022. Dello scultore è presente il bozzetto della grande croce-abbraccio in stile giapponese che inizialmente era destinata a un convento svizzero e che, dopo essere stata rifiutata dai committenti, venne intercettata da Paolo VI. Il Pontefice chiese di fondere in bronzo uno dei tre bozzetti: la materia richiama il legno della croce, mentre i bracci ripiegati su loro stessi suggeriscono un gesto di accoglienza insolito per una croce cristiana.

Una nicchia è quindi dedicata a Jean Guitton, filosofo francese e artista, grande amico di Paolo VI. Ogni 8 settembre celebravano il loro rapporto di amicizia trascorrendo la giornata insieme. La sua produzione artistica unisce urgenza espressiva e riflessione filosofica.
L’ultima sezione è dedicata direttamente a papa Montini. Ci sono i bozzetti per le vetrate della sua cappella realizzati da Luigi Filocamo, oltre a numerosi ritratti di Paolo VI.

Tra questi spicca quello di Ugo Attardi: un pontefice fragile, stanco, quasi piegato sotto il peso del proprio ruolo, immerso nel nero e nella monumentalità del Vaticano.




