Nel 1826 la scoperta dei bronzi nella zona del Capitolium fu per Brescia un momento fondativo, dal punto di vista identitario e culturale: ecco perché Fondazione Brescia Musei ha scelto idealmente questa data non solo per ricordare la nascita del simbolo di Brixia per antonomasia (la Vittoria Alata), ma anche per fissare sulla linea del tempo l’ideale nascita dei musei civici. Il «grande romanzo dei musei bresciani» racchiuso nella nuova mostra ospitata al museo di Santa Giulia fino al 22 agosto 2027 – «Tesori» – è dunque questo: un’estesa esposizione di ciò che eravamo, di ciò che siamo e ciò che saremo attraverso la cura che i cittadini e le cittadine, insieme alle istituzioni, hanno sempre riservato alla conservazione e all’accrescimento del patrimonio storico, culturale e artistico di Brescia.
La mostra sarà aperta al pubblico da domani, 4 novembre, ma nel frattempo è stata svelata (sarà poi visitabile negli orari di apertura del museo con biglietto intero di 15 euro; restano valide la gratuità per i residenti nel Comune di Brescia e le diverse riduzioni). Si articola in cinque sezioni e raccoglie cento oggetti, selezionati per raccontare due secoli di storia delle collezioni cittadine. Un percorso che attraversa archeologia, belle arti, storia naturale, storia ed etnografia, ma senza limitarsi a ripercorrere le tappe della crescita dei musei. L’ambizione è interrogarsi su come si costruisce un’identità collettiva, su chi abbia contribuito a custodirla e su quale responsabilità comporti trasmetterla alle generazioni future. Non a caso, la curatela del progetto porta la firma del direttore di Fondazione Brescia Musei, Stefano Karadjov, e della responsabile delle collezioni, Roberta D’Adda.
Cento oggetti, centinaia di protagonisti
«Illustriamo duecento anni di storia delle nostre collezioni, ma la mostra sarà qualcosa di più: un approfondimento sull’identità della città anche attraverso gli oggetti che esprimono storie», ha spiegato la presidente di Fondazione Brescia Musei Francesca Bazoli. Il riferimento è anche alla Convenzione di Faro, che riconosce il valore dell’eredità culturale come patrimonio condiviso e attribuisce alle comunità un ruolo attivo nella sua conservazione e valorizzazione. Non soltanto istituzioni, dunque, ma persone che nel tempo hanno scelto di donare, raccogliere, proteggere e accrescere ciò che consideravano parte della propria storia.

Per questo, accanto ai grandi capolavori trovano spazio testimonianze apparentemente più piccole, ma altrettanto significative. Come le cartoline illustrate che il militare Angelo Fornelli inviava dal Carso alla fidanzata Brunetta Romani, frammenti di una vicenda privata che diventano memoria di tutti. Oppure opere di grande valore artistico rimaste a lungo lontane dagli allestimenti permanenti, come «La morte del Buddha e il suo ingresso nel Nirvana», straordinario esempio di arte giapponese mai esposto prima, e lavori più recenti come quello di Giulio Paolini, acquisito in occasione del riallestimento della Vittoria Alata, il barbagianni di Davide Rivalta, le montagne di Axel Hütte...
«Abbiamo avuto la possibilità di recuperare, oltre che di ridare luce e voce, a storie meno conosciute, legate a opere che non sono esposte stabilmente pur essendo capolavori», ha sottolineato Karadjov. «Vogliamo che questi cento oggetti siano la testimonianza di una sinfonia collettiva, una saga fatta da centinaia di protagonisti». Tra questi ci sono anche persone anonime, cittadine e cittadini che hanno affidato ai musei i propri beni, contribuendo a costruire un patrimonio che non appartiene soltanto alla storia dell’arte, ma anche a quella sociale della città.
Le cinque sezioni

Le cinque sezioni seguono i tradizionali ambiti della museologia, ma ne ricostruiscono anche le trasformazioni nel corso del tempo. La prima è dedicata all’archeologia e parte proprio dalle vicende del 1823, quando l’Ateneo di Brescia promosse le ricerche e la raccolta di fondi per indagare i reperti della zona del Capitolium. Tra i primi a intuire l’importanza dei ritrovamenti ci fu Luigi Basiletti, convinto fin da subito che dovessero essere conservati in un museo. Il Comune lanciò quindi una prima raccolta di oggetti, inizialmente concentrata sulle epigrafi, alla quale arrivarono donazioni inaspettate. Nacque così un museo patrio dalla vocazione universale, attento non soltanto alle testimonianze locali, ma anche alle culture del Mediterraneo e a epoche diverse da quella romana. L’interesse per i Longobardi contribuì successivamente all'acquisizione delle prime porzioni del complesso monumentale.
La sezione delle belle arti prende invece le mosse dal 1832, quando Paolo Tosio destinò alla città, attraverso il proprio testamento, una galleria d’arte composta da dipinti, sculture e stampe. La donazione fu accompagnata dall’istituzione di una scuola di pittura e di arti e mestieri. Da qui si sviluppa il racconto delle diverse modalità con cui le collezioni si sono arricchite: lasciti, acquisti, valorizzazione di opere già presenti in città e donazioni di interi corpus di artisti bresciani. Un percorso che arriva fino alle acquisizioni di arte contemporanea degli ultimi anni, testimonianza di un patrimonio che non si limita a conservare il passato, ma continua a costruirsi nel presente.
Naturalia e artificialia è il tema della terza sezione, che racconta l’originaria concezione secondo cui elementi naturali e manufatti dovessero essere conservati insieme. Le raccolte comprendevano reperti di storia naturale e oggetti legati alla scienza, in una visione che trovava un precedente nelle Wunderkammer seicentesche. Con il tempo i due ambiti si separarono, fino alla nascita del Museo di storia naturale, inizialmente legato all’Ateneo e diventato civico negli anni Cinquanta.

La sezione storica segue invece il passaggio dalle medaglie del museo patrio alle testimonianze del Risorgimento, quando, con l’Unità d’Italia, si avvertì l’esigenza di raccogliere cimeli e memorabilia legati alla storia più recente. La raccolta fu capillare e coinvolse le famiglie, casa per casa. Un metodo ripreso dopo la Prima guerra mondiale e, con modalità differenti, anche dopo la Seconda, quando si cercò di recuperare ciò che era sopravvissuto ai bombardamenti. Il racconto arriva fino agli avvenimenti più vicini, dalla strage di piazza Loggia (torna dunque visibile l’opera di Maurizio Galimalla pandemia di Covid.
L’ultima sezione affronta infine il tema delle collezioni etnografiche. Un ambito che a Brescia, come ha spiegato D’Adda, non si è mai sviluppato attraverso un rapporto di distacco scientifico, ma all’interno di uno scambio reciproco. Le raccolte ottocentesche risentono dell’orientalismo e del gusto per il Giappone, ma anche delle logiche del colonialismo politico e dell’imperialismo. Un’eredità complessa, che la mostra sceglie di rileggere con gli occhi del presente, mettendola in relazione con le sfide globali contemporanee.
Nel percorso ci sono solo pezzi provenienti dai depositi: nessuna opera dagli allestimenti permanenti è stata spostata dalla sua collocazione. Per comprendere pienamente il progetto e seguire il racconto nella sua interezza sarà dunque necessario visitare anche gli altri musei civici.
La museologia contemporanea
Tra gli elementi più caratterizzanti del progetto c’è proprio la volontà di interrogarsi sulle modalità con cui un museo costruisce e restituisce una narrazione. Una questione che supera i confini cittadini e che Sandro Debono, direttore di «Il Capitale Culturale» e museologo, affronta anche nel testo pubblicato nel catalogo Skira. Quante storie può raccontare un oggetto? È la domanda da cui parte la sua riflessione. Ogni pezzo attraversa infatti diverse fasi: viene costruito, utilizzato, dimenticato, riposto, ritrovato e infine inserito in una collezione. Nel corso di questo percorso accumula significati e relazioni, talvolta complementari, talvolta discordanti. Il museo è chiamato a scegliere quali raccontare, ma le possibilità interpretative non si esauriscono mai. L’oggetto diventa dunque un contenitore di relazioni, che possono emergere proprio quando viene messo in dialogo con altri oggetti. Anche le assenze, le omissioni e le storie rimaste ai margini contribuiscono a definire il racconto. «Ogni collezione è incompleta e il museo non è uno specchio neutrale del passato».
La mostra si chiude con un’installazione multimediale e partecipativa, che invita il pubblico a entrare idealmente in un tableau vivant insieme al patrimonio e ai suoi protagonisti, ovvero i paladini del patrimonio rappresentati dalla disegnatrice italo-thailandese Elisa Macellari.

Depositi vivi
«Ci piace essere un laboratorio culturale e museologico», ha osservato la sindaca Laura Castelletti, sottolineando come il progetto possa diventare un caso di studio anche al di fuori della città. «In questi quattordici anni abbiamo scelto di valorizzare il patrimonio, forte della sua lunga storia, e ora vogliamo renderlo fruibile a tutti, comprese le persone straniere che arrivano da altre culture». Una prospettiva che si lega all’idea di sviluppare «una città libera, democratica e creativa». C’è poi un altro aspetto sul quale la mostra intende intervenire, dice la sindaca: il rapporto tra i cittadini e i depositi museali, spesso immaginati come luoghi sterminati e inaccessibili, dove opere e oggetti restano dimenticati. «I depositi non sono cantine in cui accumulare ciò che non trova posto nelle sale, ma luoghi vivi, nei quali il patrimonio viene seguito e tutelato».




