Alessandro Colombo: «Le regole internazionali sono al collasso»

Il professore apre oggi il ciclo di incontri dei pomeriggi di San Barnaba sul «Mondo fuori controllo»
Militari ucraini nella regione di Donetsk - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Militari ucraini nella regione di Donetsk - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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In questi mesi tempestosi della politica internazionale si ha sempre più l’impressione di trovarsi di fronte ad un tornante della storia. Nuove dinamiche si sono ingenerate tra Europa e Stati Uniti, mentre altre entità geopolitiche possono trarre vantaggio dalle difficoltà oggettive della Comunità Atlantica.

Il nuovo ciclo di incontri de «I pomeriggi di San Barnaba» organizzati dalla Fondazione Calzari Trebreschi si occupa del «mondo fuori controllo». Non è dunque un caso che il primo appuntamento, in programma oggi pomeriggio alle 18 all’auditorium San Barnaba in corso Magenta (ingresso libero) abbia come ospite il professore Alessandro Colombo, docente di Relazioni internazionali alla Statale di Milano. Il tema della lezione sarà: «Una guerra mondiale a pezzi (1989-2015)».

Professor Colombo, cosa può dirci della guerra mondiale a pezzi?

«Negli ultimi anni abbiamo assistito a una proliferazione dei conflitti armati: l’anno scorso se ne contavano 48. Quello che hanno in comune è la loro durata nel tempo. Sono guerre lunghe, difficili da chiudere, che segnalano una crisi profonda della diplomazia e della capacità di negoziare. Siamo di fronte al collasso delle regole che dovrebbero arginare la violenza, sia per quanto riguarda l’uso della forza sia per ciò che sarebbe lecito o possibile fare. È un quadro inquietante».

Perché oggi è così difficile arrivare alla pace?

«Ci sono alcune ragioni comuni. Da un lato stiamo assistendo a una marginalizzazione quasi totale delle organizzazioni internazionali, che non sono più in grado di svolgere efficacemente il loro ruolo. Dall’altro è venuta meno la negoziabilità dei conflitti: l’idea stessa che si possa trattare è stata persa. Prevale la convinzione che il conflitto finisca solo quando l’avversario viene spazzato via. Inoltre non abbiamo più buoni negoziatori: l’Unione europea è debole, mentre gli Stati Uniti esercitano la loro azione da una posizione di forza».

Non pensa che Trump che utilizza il genero o un socio in affari per condurre i negoziati mini la credibilità della diplomazia?

«Trump mescola diplomazia privata e diplomazia pubblica. Ma va detto che nemmeno Biden è stato un grande negoziatore. Il problema non riguarda solo una persona, ma un modo di intendere la politica estera che produce confusione e perdita di autorevolezza».

Con l’incapacità di negoziare la pace passa dalla resa dell’avversario?

«Esattamente. La guerra oggi è concepita come una guerra fino in fondo, finalizzata all’annientamento dell’avversario. In passato si combatteva contro qualcuno con cui si immaginava di riprendere, prima o poi, dei rapporti. Oggi questa prospettiva sembra scomparsa: non riusciamo più nemmeno a immaginare un “dopo”».

Quanto pesano i nazionalismi in questa cornice?

«Pesano perché c’è una forte moralizzazione del discorso politico: la guerra viene giustificata costruendo l’immagine di un nemico assoluto, identificato con il male assoluto. In questo modo ogni compromesso diventa impensabile».

Quindi l’ordine liberale è in crisi?

«Per anni si è creato un consenso sull’idea che un ordine internazionale fosse possibile e stabile. Quel consenso oggi è finito. Non solo quell’ordine non esiste più, ma molti ritengono che non abbia nemmeno senso provare a rimetterlo in piedi. Un aspetto sorprendente, che emerge anche nelle riflessioni cge il premier canadese Mark Carney ha fatto a Davos, è che non c’è più spazio per la nostalgia: l’ordine internazionale così come lo abbiamo conosciuto è condannato. La vera questione riguarda le sfide di un nuovo ordine».

Il professore Alessandro Colombo - Foto Ispi
Il professore Alessandro Colombo - Foto Ispi

Qual è il ruolo dell’Europa in questo scenario?

«L’Europa è marginale. La guerra in Ucraina è stata un’esperienza evidente di marginalizzazione, accentuata da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, ma anche per responsabilità proprie. L’autonomia strategica resta un obiettivo sempre rimandato: partner alternativi non ci sono. L’Europa finirà per fare come sempre, cioè confermare le scelte altrui cercando di non perdere la faccia. Il problema è di credibilità: l’Unione europea si erge a ultimo difensore del diritto internazionale, ma negli ultimi due o tre anni è stata indulgente con Israele e molto indulgente con l’Iran».

Cosa pensa della Groenlandia?

«L’obiettivo di Trump sembra semplicemente quello di ottenere dagli europei condizioni di accesso più favorevoli, spesso dissennate dal punto di vista politico. Detto questo, nemmeno Trump può davvero sancire la fine della Nato: non ne ha né il potere né l’interesse fino in fondo».

E la posizione dell’Italia?

«Se l’Unione europea ha pochi margini, l’Italia ne ha ancora meno. Ci troviamo in una condizione particolarmente sfortunata – e non è una responsabilità del governo attuale. Nella seconda metà del Novecento la politica estera italiana si è retta su tre pilastri: l’alleanza speciale con gli Stati Uniti, l’alleanza atlantica e l’integrazione europea. Oggi questi tre pilastri sono contemporaneamente in crisi: la Nato è sull’orlo di una crisi nervosa, l’Unione europea non ha più lo stesso smalto. L’Italia dovrebbe ripensarsi e assumersi maggiori impegni, ma le risorse stanno diminuendo».

C’è qualcosa da salvare in questo orizzonte non proprio confortante?

«Il mondo non si è davvero diviso in blocchi contrapposti: la contrapposizione rigida tra blocchi, in realtà, non esiste ancora. Uno dei nostri obiettivi dovrebbe essere proprio quello di evitare che si consolidi, riconoscendo anche i nostri errori quando li commettiamo».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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