De Gasperi-Usa, legame profondo ma difficile all’ombra della Guerra Fredda

Dagli States ricevette critiche alla gestione economica e della difesa, ma rispetto per la sua visione politica
Mario Del Pero

Mario Del Pero

Editorialista

Alcide De Gasperi, primo capo del Governo dell'Italia repubblicana, morì il 19 agosto 1954
Alcide De Gasperi, primo capo del Governo dell'Italia repubblicana, morì il 19 agosto 1954

È stata affidata al professor Mario Del Pero, docente di Storia internazionale al Centre d’Histoire di SciencePo a Parigi ed opinionista del Giornale di Brescia, la 23ª «lectio degasperiana» che si è tenuta a Pieve Tesino (Trento) lo scorso 18 agosto, vigilia dell’82° anniversario della morte dello statista, e dedicata alla dialettica tra De Gasperi e gli Stati Uniti.

La «lectio» si tiene ogni anno nel paese in cui De Gasperi nacque il 2 aprile 1881, ed è promossa dalla Fondazione Trentina De Gasperi presieduta da Giuseppe Tognon.

Per il Giornale di Brescia, il professor Del Pero ha condensato il proprio intervento nell’articolo che proponiamo ai nostri lettori.

È stato un rapporto complesso e ambivalente quello tra Alcide De Gasperi (e il suo partito, la Democrazia Cristiana) e gli Stati Uniti nei primi cruciali anni della Guerra Fredda. Perché gli Stati Uniti avrebbero preferito interagire con forze laiche e riformiste – repubblicani e socialdemocratici – ritenute più affini al liberalismo occidentale e maggiormente in grado di promuovere i progetti americani per la modernizzazione e democratizzazione dell’Italia post-fascista. Perché Washington temeva che la DC fosse incapace di contenere le pressioni del Vaticano e derive clericali antitetiche alla visione statunitense, che minacciavano di alimentare pregiudizi anticattolici ancora diffusi e politicamente influenti negli Usa. E perché questi pregiudizi erano in larga misura reciprocati in un mondo cattolico dove il modello di modernità capitalistica incarnata dagli Usa era guardato con diffidenza se non ostilità per quelli che si ritenevano essere il suo grossolano materialismo e un individualismo potenzialmente disgregatore di legami sociali e forme di solidarietà comunitaria.

Tra diffidenza e interessi

Non erano i partner ideali degli Usa, De Gasperi e la Democrazia Cristiana. Non era l’alleato e il protettore che questi ultimi avrebbero desiderato, gli Stati Uniti. Ancora nel luglio del 1947, con la Guerra Fredda ormai avviata e la partizione dell’Europa in blocchi sempre più delineata, Alcide De Gasperi esprimeva l’auspicio che l’Italia, «popolo di frontiera» potesse costituire un «ponte di conciliazione tra le due civiltà» che allora si fronteggiavano. Diffidenze e stereotipi poco poterono però contro la realtà dei fatti e gli interessi reciproci. Washington comprese che la DC era il partito di governo con cui relazionarsi, anche se continuò a invocare un ruolo importante per i partiti laici, che ne sovrarappresentasse consenso e influenza all’interno del governo. La DC e Alcide Gasperi misero temporaneamente da parte timori e perplessità, nella consapevolezza che solamente gli Stati Uniti potevano offrire gli aiuti materiali e la protezione necessari alla ricostruzione e alla sicurezza dell’Italia post-bellica.

Alcide De Gasperi - © www.giornaledibrescia.it
Alcide De Gasperi - © www.giornaledibrescia.it

Era per molti aspetti un «matrimonio d’interesse», questo. Solido perché solidi, e finanche esistenziali, erano questi interessi; algido e utilitaristico, perché il legame era imposto dalle circostanze, non scelto né espressione di profonde affinità politico-ideologiche. Entro questo matrimonio ve ne era uno ancora più saldo tra gli Usa e De Gasperi stesso. La cui indispensabilità fu ben presto riconosciuta dai primi, che dello statista trentino apprezzavano lo spessore intellettuale, la capacità di mediare tra le diverse anime di una Democrazia Cristiana ben presto divisa in fazioni e correnti, il suo costituire un uomo di Stato e delle istituzioni prima ancora che di partito.

Ordine interno e politica estera

Questo legame, interessato ma profondo, si dispiegò in quella che fu a tutti gli effetti una doppia «fase costituente», nella definizione datane dallo storico Guido Formigoni nella sua magistrale storia dell’Italia nella Guerra Fredda. Da un lato si formava un ordine politico interno, democratico e repubblicano, fondato sulla nuova Costituzione; dall’altro si andava definendo una struttura internazionale bipolare, con un sistema atlantico e occidentale a leadership statunitense di cui l’Italia faceva parte ed era per molti aspetti membro fondatore.

Annunciato nel giugno del 1947 e operativo dalla primavera dell’anno successivo, il Piano Marshall – il programma triennale di aiuti statunitensi ai paesi dell’Europa occidentale, Italia inclusa – forniva valuta forte, dollari, indispensabili ad alimentare una ripresa economica già in atto. Firmato nell’aprile del 1949, il trattato del Nord Atlantico poneva le premesse per la nascita di una organizzazione militare che sarebbe stata formalizzata di lì a poco con la nascita della Nato.

De Gasperi insieme a Konrad Adenauer e Robert Schuman - © www.giornaledibrescia.it
De Gasperi insieme a Konrad Adenauer e Robert Schuman - © www.giornaledibrescia.it

Di questo ordine atlantico e occidentale l’Italia era componente fondamentale, ma frequentemente criticata a Washington. Per le sue politiche economiche, considerate troppo conservatrici e inidonee a promuovere quelle riforme strutturali che, ritenevano molti politici e funzionari statunitensi, sole avrebbero potuto erodere il sottosviluppo e la povertà che alimentavano il consenso per il comunismo. E per il suo insufficiente contributo alla difesa comune, sublimato nelle basse spese militari e nella limitatissima partecipazione alla coalizione multilaterale intervenuta in Corea nel 1950 (in quel conflitto l’Italia si limitò a inviare un ospedale da campo; persino il Lussemburgo, con i suoi due caduti, parve dare un contributo maggiore).

Critiche sempre più aspre

Questa doppia critica a De Gasperi e ai governi a guida democristiana s’intensificò nei primi anni Cinquanta e raggiunse il suo picco dopo l’elezione a Presidente di Dwight Eisenhower e la nomina ad ambasciatrice a Roma di Clare Boothe Luce, la moglie del magnate dei media Henry Luce, una repubblicana molto conservatrice che invocava un approccio più duro nel contrastare la diffusione del comunismo in Italia. Da parte statunitense si iniziò a chiedere la messa fuori legge del Partito Comunista italiano o la ridefinizione dell’alleanza di governo, con un’apertura a destra verso i monarchici o gli stessi missini più atlantisti.

De Gasperi osteggiò con fermezza questi progetti. Incontrando i membri della Commissione Esteri del Senato statunitense nel luglio del 1951, rimarcò come la democrazia italiana fosse «una pianta giovane e in una qualche misura delicata» e non era «possibile uscire dalla costituzione nel tentativo di sopprimere i comunisti senza rischiare» la sua «distruzione». Criticò, non senza ricorrere a consolidati stereotipi, i «fanciulloni nordamericani» troppo inclini a suo giudizio a fare leva sullo strumento militare senza considerare le conseguenze per un’Europa che sarebbe stata la prima vittima di una nuova guerra. Con Luce a Roma, queste critiche s’intensificarono, soprattutto in seguito alle elezioni politiche del 1953 che segnarono per certi aspetti la fine politica di De Gasperi.

Criticò il «maccartismo internazionale» di cui Luce era esponente emblematica e «l’allarmismo deprimente e ingiustificato» nei confronti della situazione italiana. Operò, come altri leader democristiani dopo di lui, per permettere la coesistenza di due ordini – interno e internazionale, democratico e atlantico – per nulla complementari, in cui concreto era il rischio che le logiche e le priorità del secondo giustificassero una sospensione del primo: dove una svolta autoritaria in nome dell’anticomunismo e della Guerra Fredda fu una possibilità assai concreta. Svolse un ruolo decisivo sia nella costruzione di questo doppio ordine sia nella sua preservazione. E sono queste probabilmente la lezione e l’eredità più importanti che ci ha consegnato e che è necessario ricordare a ottant’anni dalla sua scomparsa.

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