Cronaca

Terremoto, i venezuelani a Brescia: «Ci mancava solo questa»

Le reazioni dei residenti in provincia, originari del Paese sudamericano: «Un grande dolore, il sistema di soccorso là non è preparato ad affrontare queste emergenze»
Marco Papetti

Marco Papetti

Giornalista

Soccorritori al lavoro tra le macerie a Caracas - Foto Epa/Rayner Pena © www.giornaledibrescia.it
Soccorritori al lavoro tra le macerie a Caracas - Foto Epa/Rayner Pena © www.giornaledibrescia.it

«Ci mancava solo questa». Lo dice, sospirando, Maria Avila Nacho, portavoce della comunità venezuelana di Brescia, commentano il violento terremoto che nella notte ha colpito il suo Paese. Due scosse, a poca distanza l’una dall’altra, la prima di magnitudo 7.1, la seconda del 7.5, hanno provocato ingenti danni agli edifici nella capitale Caracas e nella regione di La Guaira. Si scava sotto le macerie e si teme un bilancio pesantissimo in termini di vite umane: al momento le vittime ufficiali sono 164, i feriti mille e i dispersi oltre 10mila.

Una tragedia che colpisce un Paese già alle prese con una complicata transizione politica dopo la deposizione dell’ex presidente Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti a gennaio. «Siamo preoccupati, il nostro è un governo fantoccio e il Venezuela non possiede una rete di gestione delle emergenze come quella italiana», dice Nacho.

Comunicazioni difficili

Per la comunità venezuelana di Brescia, composta da circa 200 persone, dopo il risveglio questa mattina sono seguite ore di apprensione per la sorte dei propri familiari rimasti nel Paese d’origine: «Ci siamo chiamati per fare una conta – spiega la portavoce della comunità –. Tutti erano riusciti a sentire le proprie famiglie, tranne una di noi che ancora non ha ancora potuto mettersi in contatto con i genitori. I miei – racconta Nacho – vivono in una città vicino all’epicentro, ma in cui non ci sono palazzi alti come a Caracas, dove sono crollati molti edifici». Comunicare con il Venezuela era difficile, soprattutto nelle prime ore dopo il terremoto: «Si riusciva a messaggiare tramite WhatsApp, ma non a telefonare», racconta Maria Avila Nacho.  

Maria Avila Nacho
Maria Avila Nacho

A Brescia vive anche José Iacovilli, architetto venezuelano: «Ho ancora tanti amici residenti a Caracas: la maggior parte sta bene, ma hanno preso un grande spavento – racconta –. Di due mie conoscenti, invece, non riesco ad avere notizie. Una viveva in un edificio che è crollato. Io ho vissuto vari terremoti in Venezuela, anche quello di Caracas del 1967, ma uno così forte mai». 

Gli aiuti

La paura, adesso, è per una conta delle vittime che potrebbe essere molto alta e per il soccorso ai feriti nel sisma: «Ci stiamo attivando in modo di far arrivare gli aiuti – racconta Nacho –. In Venezuela da anni il sistema sanitario è al collasso: con l'associazione alla quale appartengo, «Ali onlus», e di cui sono la referente, ci occupiamo di spedire ogni due mesi medicinali e presidi sanitari che riusciamo a raccogliere qui in Italia».

In queste ore è attivo un portale (qui il link) creato da cittadini in cui i venezuelani che non riescono a mettersi in contatto con i propri cari possono segnalarlo oppure comunicare di essere riusciti a sentire una persona prima dispersa. «È un chiaro esempio del fatto che in Venezuela non esista un governo: è la la società civile si è organizzata per mettere a disposizione un sito per la ricerca delle persone scomparse», dice Avila. 

Persone per strada a Caracas dopo il terremoto - Foto Epa/Ronald Pena © www.giornaledibrescia.it
Persone per strada a Caracas dopo il terremoto - Foto Epa/Ronald Pena © www.giornaledibrescia.it

La ong bresciana

Dagli anni Ottanta in Venezuela opera l’ong bresciana «No one out», che oggi è attiva con vari progetti legati alla sicurezza alimentare, soprattutto nel sud del Paese, dove c’è una storica presenza di missionari bresciani: «Non abbiamo personale italiano in Venezuela, ma collaboriamo con operatori del posto – racconta la direttrice Federica Nassini –. Quelli a Caracas siamo riusciti a contattarli: ci hanno raccontato che hanno passato tutta la notte all’aperto, perché gli edifici sono molto danneggiati. Mancano anche luce ed elettricità. Nella zona a sud del Paese, invece, non riusciamo a prendere contatti, ma crediamo sia per un problema di comunicazioni».

Il pensiero va a un popolo già provato da tante difficoltà: «Certamente il Paese non era pronto per un’esperienza di questo tipo».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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