Strage di piazza Loggia, il testimone: «Ecco chi mise la bomba»

Gianpaolo Stimamiglio, ex ordinovista veneto, ha fatto il nome di Paolo Marchetti in aula a Brescia, nel processo che vede imputato Roberto Zorzi
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La testimonianza integrale di Gianpaolo Stimamiglio
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Se sia una nuova verità destinata a riscrivere la storia della strage di piazza della Loggia è presto per dirlo. Certo è che le parole pronunciate in aula da Gianpaolo Stimamiglio, ex ordinovista veneto e già collaboratore di giustizia, hanno riaperto uno dei capitoli più oscuri dell’attentato neofascista del 28 maggio 1974.

Il nuovo nome

Nel processo davanti alla Corte d’assise di Brescia che vede imputato Roberto Zorzi, oggi cittadino americano e accusato di essere uno degli esecutori materiali, Stimamiglio ha fatto un nome nuovo di colui che avrebbe messo nel cestino della piazza principale di Brescia l’ordigno che alle dieci e dodici del 28 maggio 1974 esplose uccidendo otto vittime e ferendo altre 102 persone. «La bomba nel cestino l’ha messa Paolo Marchetti. Era il più deciso», ha detto Stimamiglio.

Marchetti, anche lui ex ordinovista veronese, non indagato, già sentito per la strage della stazione di Bologna e finito agli atti di diverse indagini come «appartenente all’ambiente ordinovista veronese, senza incarichi né ruolo di vertice», è il secondo marito della sorella di Stimamiglio. Stando a quanto riferito dal testimone, quella mattina di quasi 52 anni fa Marchetti era a Brescia con Marco Toffaloni, già condannato a 30 anni per strage dal tribunale dei minori di Brescia e ora in attesa del processo d’appello, Claudio Bizzarri e un terzo militante del quale non ha saputo indicare il nome, precisando però «di non poter dire se si trattasse di Zorzi» attuale imputato.

Il profilo

Un momento del processo che si sta celebrando in Corte d'Assise © www.giornaledibrescia.it
Un momento del processo che si sta celebrando in Corte d'Assise © www.giornaledibrescia.it

«Perché non ho fatto prima il nome di Marchetti? Perché temevo per la mia incolumità», ha spiegato rispondendo alle domande del presidente della Corte d’Assise di Brescia Roberto Spanò. Stimamiglio ha un passato da collaboratore di giustizia, inserito nel programma di protezione per sette anni, dal 2012 al 2019. Dirigente in ambito sanitario, è un plurindagato («mi hanno seguito per 25 anni ma mai condannato», ha sempre precisato) nell’ambito di diverse inchieste sull’eversione nera.

Ma prima di oggi non aveva mai fatto il nome riferito oggi in aula a Brescia mentre in passato aveva raccontato agli inquirenti della presenza in piazza Loggia di Marco Toffaloni, che non era ancora maggiorenne nel maggio del 1974. «Lo incontrai casualmente – disse di Toffaloni – alla fine degli anni ’80. Me lo ritrovai di fronte un pomeriggio di primavera a Verona e lui parlando di èiazza Loggia mi disse «ghero anca mi». Mi disse che quella mattina era a Brescia» le parole – ormai storia giudiziaria – di Stimamiglio su Toffaloni.

Nel cerchio rosso Toffaloni poco dopo l'esplosione della bomba in piazza Loggia
Nel cerchio rosso Toffaloni poco dopo l'esplosione della bomba in piazza Loggia

«Solo i veronesi»

Ma nel processo in corso a Brescia a carico di Roberto Zorzi Stimamiglio ha raccontato la sua verità anche su chi poteva essere presente in città il giorno dell’attentato neofascista. «In piazza Loggia quel giorno c’erano solo i veronesi», ha spiegato, sostenendo che la cellula scaligera di Ordine Nuovo agì con un supporto logistico dei militanti bresciani, ma che in piazza erano presenti esclusivamente esponenti del gruppo veneto.

A ordinare la loro presenza a Brescia, secondo il testimone, «fu Roberto Besutti, paracadutista mantovano» che Stimamiglio colloca ai vertici di Ordine Nuovo del Nordest. Tesi e ricostruzioni che ora la Corte d’Assise di Brescia vuole verificare. E tra i primi passi ci sarebbe quello di ascoltare proprio il grande accusato da Stimamiglio, quel Paolo Marchetti, indicato nella lista testi, ma fin qui sempre impossibilitato a presentarsi in aula per via di un certificato medico che testimonierebbe di precarie condizioni di salute.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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