Strage piazza Loggia, ferita che non si rimargina da oltre cinquant’anni
La Strage e la verità. La colonna sbrecciata e la stele provvisoria: bisognerebbe soffermarsi in fondo a piazza della Loggia per comprendere, in un sol colpo d’occhio, il legame insoluto che si è creato tra la Strage e la giustizia. Ancor più dopo la sentenza di ieri, che arriva a 51 anni da quella lacerante mattina di maggio. Il monumento minimale, addossato ai portici dove scoppiò la bomba, racchiude quel rapporto nella sua essenza più profonda: la ferita permanente e la provvisorietà del simbolo, della giustizia dimezzata che si trascina per mezzo secolo. Il marmo della colonna ha preso le venature del tempo, ma non si è richiuso in una cicatrice. Resta vivo, sembra appena ripulito dopo il tremendo boato, lavato dal getto d’acqua che subito dopo la Strage ha cancellato ogni traccia per ricostruire quanto avvenuto. Sono passati 51 anni da quella mattina, ma i bresciani non si sono rassegnati. Con pazienza tenace, sono riusciti a non perdersi nel labirinto di inchieste e processi.
Ieri l’ennesima tappa: la sentenza di primo grado del quarto filone d’indagine. Finalmente, con la provvisorietà di un verdetto che potrebbe essere sottoposto ad almeno altri due gradi di giudizio, sappiamo che Marco Toffaloni avrebbe materialmente portato la bomba in piazza, su ordine di Carlo Maria Maggi, con la complicità di Maurizio Tramonte. Condanna piena, massimo della pena per un minore. Eppure potrebbe cavarsela senza un giorno di carcere, perché da anni ha cambiato nome e vive in Svizzera. Si dice che la Confederazione elvetica potrebbe togliergli la cittadinanza e affidarlo alla giustizia italiana. Vedremo.
Un altro tassello si aggiunge così al puzzle, svelando il feroce disegno che portò a collocare una bomba nella piazza gremita d’un raduno sindacale. Lo pone il Tribunale dei minori, perché Toffaloni, al tempo, aveva da poco compiuto sedici anni. Ed anche questo versante della storia ha una sua valenza agghiacciante. Durante le udienze del processo sono emerse testimonianze che hanno accreditato, fra il Bresciano e il Veronese, una sorta di accademia di formazione per ragazzini neofascisti, aspiranti terroristi, con tanto di sostegno, se non di regia, dei servizi segreti italiani e americani. Deviati? Speriamo sia così.
Questo contesto spiegherebbe come il progetto terrorista ed eversivo di Ordine Nuovo, la formazione neofascista veneta che fu sciolta dal ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani, abbia potuto maturare e abbia goduto di coperture e manovre diversive. Deviazioni che hanno portato ad inchieste fumose, a piste cubane, fughe argentine, strangolamenti in carcere, prima di giungere a qualche approdo significativo. Intanto erano passati trent’anni. E spiega anche come la stagione della tensione, quella che portò l’Italia sull’orlo del baratro, minando la nostra giovane e fragile democrazia, abbia avuto code lunghe e seguiti insospettabili.
Accanto alla colonna sbrecciata, ferita viva nel cuore di Brescia, accanto alle pietre del ricordo delle otto vittime e degli oltre cento feriti, piantate nel suolo della città a memoria indelebile, sta la stele-monumento.

Provvisoria, come le sentenze che si sono succedute e smentite negli anni. «Opera di carattere transitorio» la definì infatti l’allora assessore Luigi Bazoli (tra i caduti c’era anche sua moglie Giulietta), quando venne inaugurata, alla vigilia del secondo anniversario della Strage, nel 1976. Storia emblematica quella della stele di marmo bianco con i nomi delle vittime incisi nelle lapidi di marmo rosso. Dallo scoppio della bomba del 28 maggio 1974 erano passati pochi mesi quando Brescia chiese a Carlo Scarpa, archistar dell’Università di Venezia, di erigere un monumento.
Scarpa immaginò una scenografia che si allungava sulla piazza: otto tronchi di colonna spezzati collocati dove le vittime vennero falciate dalla deflagrazione. L’idea suscitò un dibattito acceso. Ma non si voleva perdere tempo, si voleva un segno che stabilisse subito il dolore e la reazione della città. E venne eretta la stele che ancora oggi si vede. Due anni, allora, sembravano troppi per una reazione che ristabilisse verità e giustizia…
Ne sono passati 43, di anni, prima che una sentenza definitiva venisse emessa dalla Corte di cassazione, nel giugno 2017. Finalmente stabiliva una verità che la storia aveva già sancito, ma che la giustizia non aveva ancora riconosciuto: quella di piazza della Loggia era una Strage neofascista in un quadro strategico ben definito. Da allora, altri pezzi di verità si stanno ricostruendo. Con pazienza: una testimonianza, una ricostruzione, una fotografia... Un lavoro prezioso è stato condotto dai parenti della vittime, per tenere vivi ricordi e valori. Con la tenace convinzione che la strada della giustizia finalmente avrebbe portato alla Casa della memoria.
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