Cronaca

Strage di braccianti, la comunità pakistana bresciana condanna l’orrore

Associazioni culturali e sportive, rappresentanti delle istituzioni cittadine e del territorio bresciano si sono ritrovati a Roncadelle per far sentire la propria voce ed esprimere solidarietà alle famiglie delle vittime barbaramente ammazzate in provincia di Cosenza
Simone Bracchi

Simone Bracchi

Giornalista

L'alzata di mano contro l'orrore dei rappresentanti della comunità pakistana
L'alzata di mano contro l'orrore dei rappresentanti della comunità pakistana

Oggi, sabato 6 giugno, mentre ad Amendolara, in provincia di Cosenza, andava in scena la manifestazione della Cgil contro il caporalato e lo sfruttamento di essere umani, in un ristorante a Roncadelle, al Royal Taj, la comunità pakistana bresciana condannava duramente la strage dei quattro braccianti – tre afghani e un pakistano – avvenuta lunedì proprio ad Amendolara.

La manifestazione ad Amendolara

«Questa tragedia rappresenta un sistema sbagliato di fare impresa, fondato sullo sfruttamento e sul caporalato. È il momento che tutti, uscendo dall’ipocrisia, dicano basta a questo sistema». Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.

«Bisogna rafforzare la tutela delle vittime che denunciano - ha proseguito segretaria del Pd, Elly Schlein, a margine della manifestazione - con percorsi chiari, con soluzioni abitative, una casa, con formazione, assistenza legale, sanitaria e psicologica. Bisogna rendere conveniente e sicuro denunciare lo sfruttamento».

A Brescia

A Brescia, invece le associazioni culturali e sportive pakistane, insieme al consigliere comunale della Loggia, Arshad Mehmood e ad alcuni consiglieri dei quartieri cittadini, si sono ritrovati per «esprimere solidarietà alle famiglie delle persone colpite dal brutale evento».

Il consigliere comunale della Loggia Arshad Mehmood
Il consigliere comunale della Loggia Arshad Mehmood

È stato un momento intimo, ma allo stesso tempo carico di significato politico e morale, perché quello che è successo pakistano Waseem Khan, di 29 anni, e degli afghani Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi,19 anni e Safi Iayjad, 27 anni «è stato qualcosa di disumano, un crimine che non ha nazione né religione», ha sottolineato il consigliere comunale di Brescia Capitale, compagine che sostiene la sindaca di Brescia Laura Castelletti.

Un evento che ha sconvolto tutto il Paese – e non solo – perché i quattro braccianti sono stati arsi vivi in auto, chiusa e data alle fiamme a un distributore di benzina. Per chi indaga a compiere il gesto sono stati Alì Raza e Ahmed Safeer, accusati di omicidio plurimo e aggravato e ora in custodia cautelare in carcere come disposto dal gip che ha convalidato i fermi. A inchiodarli Mohammad Taj Alamyar, il 35enne afghano, unico sopravvissuto alla strage e i video del distributore, che hanno ripreso quella scena tremenda. Il fatto che i due siano entrambi del Pakistan ha reso la presa di posizione dei connazionali bresciani ancora più forte.

Alzata di mano

L’incontro a Roncadelle si è svolto in due fasi, la prima nella lingua del loro Paese, la seconda, invece, in italiano: «Chiediamo al Governo italiano che il caso venga trattato con un processo rapido e che i responsabili ricevano una punizione esemplare. Chiediamo, inoltre, alle autorità di individuare e smascherare tutte le persone coinvolte dietro questo grave crimine», ha letto al microfono il comunicato scritto per l’occasione, Haroon Javaid, uno dei rappresentanti presenti all’incontro. In tutto una ventina di persone, che al termine della lettura hanno alzato la mano per denunciare l’episodio.

Il tavolo dei rappresentanti
Il tavolo dei rappresentanti

I promotori, che pensano già a una grande manifestazione in piazza Loggia, in collaborazione con l’Ambasciata pakistana a Roma e il Consolato di Milano, «offrono il sostegno morale, economico e legale alle famiglie colpite». Ma non solo, i rappresentanti della comunità pakistana – tra città e provincia sono residenti più di 25mila persone – hanno fatto sapere che «assicuriamo a tutte le autorità amministrative e governative di Brescia la nostra piena collaborazione nelle azioni legali contro tutti i responsabili dei reati. Perché noi siamo qui per lavorare e far crescere in sicurezza i nostri figli».

Gli interventi di tutti i protagonisti
Gli interventi di tutti i protagonisti

Le parole

«Siamo riuniti per condannare questo orribile episodio – ha spiegato il consigliere comunale della Loggia – Tutti insieme abbiamo detto che questo tipo di crimine non ha religione o un colore e nemmeno un Paese. Quindi tutti dobbiamo lavorare per la nostra città, il nostro Paese, l’Italia, e dobbiamo prevenire questi episodi di estrema crudeltà umana. E siamo a disposizione delle autorità.

E il fenomeno da contrastare, da prevenire è ovviamente quello del caporalato, dello sfruttamento. «Perché questa disumanità è figlia di un atteggiamento da parte di qualcuno che si sente superiori ad altri. E anche nel Bresciano è in corso un processo per omicidio, quello del 51enne indiano Ranjit Singh avvenuto in via Milano nella sera del 24 dicembre 2023: una vicenda che si inserisce in dinamiche di caporalato, come emerso dal dibattimento davanti alla Corte d’Assise.

Poi è intervenuto anche Raja Sheraz, che ha parlato di «persone cattive, ma che esistono ovunque: ricordiamoci la morte Satnam Singh a Latina». E in più persone, come Rahman Abdul, consigliere del quartiere Don Bosco a Brescia, hanno evidenziato il fatto di essere venuti in Italia per avere una vita migliore, per vivere in un Paese «dove poter far crescere in pace i nostri figli. E qui noi dobbiamo rispettare le regole, le leggi. E chi non lo fa deve andarsene, per questo ringrazio anche il questoredi Brescia Paolo Sartori per quello che sta facendo».

Le parole di don Panizza, il sacerdote 

E sulla vicenda è intervenuto anche il sacerdote bresciano, di casa a Pontoglio, don Giacomo Panizza, fondatore e anima di Comunità Progetto Sud, a Lamezia Terme. Realtà nata 1976 come gruppo autogestito, di convivenza tra persone con disabilità e non, con gli intenti di fare comunità e di costruire alternative vivibili alle forme di istituzionalizzazione e di emarginazione esistenti. 

Con una lunga lettera, don Panizza, che da anni combatte contro la ‘ndrangheta, ha invitato tutti a riflettere su questo drammatico fenomeno. «Di fronte alla barbarie di Amendolara non bastano il cordoglio, lo sgomento o l’ennesima dichiarazione di indignazione – si legge –  Il bisogno di tutela dei diritti umani, di solidarietà sociale, di coesione territoriale e di contrasto allo sfruttamento significa fare giustizia e certamente individuare gli autori materiali dei fatti e accertarne le responsabilità. Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Perché fare giustizia significa anche comprendere quali rapporti economici, sociali e lavorativi abbiano reso possibile tutto questo.  Oggi chiedere verità e giustizia significa qualcosa di più complesso. Significa ricostruire la filiera dello sfruttamento. Perché una strage non nasce il giorno della strage!».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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