Il giardino botanico Andrè Heller di Gardone Riviera è un angolo magico per chi ama stare in mezzo alla natura. Un luogo costruito dall’uomo, ma dopo aver varcato l’ingresso e superati i primi metri nei quali svetta la villa oggi dei Porsche (sì, quelli delle auto), tutto cambia: non si è più sul lago di Garda, a due passi dal Vittoriale, ma in un luogo senza tempo e spazio.
L’anima di questa realtà, nel quale convivono ottomila piante in diecimila metri quadrati e arte e natura dialogano fluidamente, è la direttrice (e architetta) Graziella Belli.

È arrivata in via Roma quasi 40 anni fa quando c’era «solo» il giardino creato dal dentista cecoslovacco Hruska.
L’artista Andrè Heller la chiamò per occuparsi della villa, ma la sintonia e la cura fecero il resto. Il giardino cominciò ad ospitare anche opere d’arte e ora che la proprietà è passata ai Porsche lei è ancora lì, custode e profonda conoscitrice delle gole, dei ruscelli e delle piante ormai centenarie.
Direttrice, a distanza di 11 anni dal nostro precedente incontro cosa è cambiato?
Sono cambiate molte cose, ma il giardino è sempre una sorpresa. Bellissimo.
Con la nuova proprietà è cambiata la possibilità di acquistare opere d’arte che loro amano.
Come si fanno convivere arte e natura?
Non essendo un orto botanico lo scopo è quello di regalare gioia, cosa che si può fare sia con l’arte che con la natura. Non è difficile, la natura è un’opera d’arte in sé.
Le faccio un esempio: il bagolaro al quale si è attorcigliato il glicine col tempo è diventato un’opera d’arte naturale che però ha bisogno di molte cure, col tempo, infatti, è diventato pesante e ha bisogno di una struttura che lo sostenga, potremmo potarlo, abbiamo però scelto di non farlo per avere una fioritura più abbondante.

Come si è arrivati ad inserire opere d’arte?
Per me è stata una cosa naturale. La scelta di Heller ci ha trovati in sintonia. Ora con la nuova proprietà gli acquisti si sono fatti più frequenti, ma non c’è molto spazio ancora. Dovremo cominciare a trovare altre soluzioni, potremmo pensare a qualcosa che possa stare in aria, ma non ne abbiamo ancora parlato.
Come si sceglie? Si parte dall’opera o dal luogo che la ospiterà?
Non c’è una regola, si seguono percorsi diversi. Per esempio, non è stato difficile collocare «La Grande Laveuse Accroupie» di Renoir dal momento che abbiamo 8 laghetti. Da qui ci siamo mossi attraverso il materiale: la grande lavandaia è in bronzo, mentre «Anguish 303» di Seo Young Deok, realizzata con le catene delle biciclette, è in metallo. Allora ho chiesto al signor Porsche che l’acquisto successivo fosse colorato e lui mi ha proposto «Adam and Eve» di Niki de Saint Phalle. Poi abbiamo fatto la scelta di non mettere cartellini alle opere e alle piante, abbiamo una mappa che diamo ai visitatori.

In poco spazio avete tanti mondi.
Anche un po’ di Giappone che ci è affine perché il nostro giardino è piccolo e è simile al concetto di natura giapponese. Per questo quando abbiamo dovuto rifare la staccionata abbiamo chiamato un famoso giardiniere giapponese e lo stesso abbiamo fatto per quella che doveva essere una Casa del tè, ma che poi, in onore della madre del signor Porsche è diventata una Casa della memoria. Veder lavorare un giapponese è bellissimo: sceglie i materiali, i colori, allinea i nodi dei bambù. Il materiale è arrivato dal Giappone ed è stata realizzata con una tecnica tradizionale ad incastro. E in un mese e mezzo. Solo con questa nuova proprietà si poteva fare.
La cura del verde come è organizzata?
Non ci piace tagliare gli alberi. Se il capo giardiniere ravvisa la necessità di intervenire facciamo tutte le verifiche del caso prima, chiamiamo anche più agronomi e se c’è la possibilità di poter salvare un esemplare ci proviamo. Anche tagliare un ramo è un problema per noi, preferiamo preservare.
E la ricerca di nuove specie da introdurre?
Siamo sempre alla ricerca di essenze particolari anche se non abbiamo più zone incolte nelle quali fare grandi piantumazioni, anzi. Alcune aiuole vengono rifatte due o tre volte all’anno: per le bulbose che fioriscono in primavera abbiamo un rappresentante olandese che ogni anno ci porta delle novità e così i vivai; ultimamente stiamo usando delle graminacee che necessitano di meno acqua.
Notate gli effetti dei cambiamenti climatici?
Certamente, ogni anno. Quando sono arrivata c’erano le stelle alpine, sono 15 anni che non possiamo più tenerle. Dobbiamo pensare ad altro. Non ci manca l’acqua (Hruska curò gratuitamente degli americani durante la guerra e in cambio si fece deviare l’acqua dal monte Tapino, ci raccontò 11 anni fa Belli, ndr), ma cerchiamo comunque di rendere il giardino più sostenibile.
Se non mi ricordo male riutilizzate tutto...
Sì, i bambù che tagliamo vengono utilizzati per farne staccionate e recinti. Gli alberi caduti sono ancora stati usati per farne ponticelli.
Cosa le piacerebbe fare in futuro?
Mi piacerebbe avvicinare i bambini e le scuole alla natura con una pubblicazione, ma non ho ancora trovato il modo. Difficilmente un adulto che da un bambino è stato educato in questo senso non rispetterà la natura. Quando abbiamo una classe in visita invito sempre a toccare le foglie, sentirne la consistenza, accarezzare i bambù e annusare i fiori, ma aggiungo di non strappare nulla. Un giardino non coinvolge solo la vista, ma anche l’olfatto e il tatto.

Chi è il vostro visitatore?
Ho notato differenze in base alla nazionalità: gli italiani stanno aumentando fortunatamente, ma si lamentano del prezzo del biglietto (12 euro) e non pensano a quanto si spende tra giardinieri, 7 in estate e 3 in inverno, all’acqua, ai concimi, al riscaldamento della serra. E questo mi fa arrabbiare. Gli inglesi all’uscita ringraziano, ed è molto bello. I tedeschi sono tantissimi, ringraziano meno, ma son sempre molto contenti dopo la visita.
La prossima opera in arrivo?
I Porsche hanno commissionato un mio busto che presto arriverà dall’Inghilterra.




