La sua responsabilità è certa. Nessun giudice potrà mai dire il contrario. Da chiarire resta semmai se abbia premeditato l’omicidio, come da sempre sostiene l’accusa, o no. Una differenza sostanziale. E pure parecchio. Parecchio sostanziale del resto è la differenza che corre tra una condanna a 27 anni, come quella che gli aveva inflitto la Corte d’assise di primo grado, e una a 14, come quella che per lui aveva stabilito la Corte d’assise d’appello, ritenendo non adeguatamente provata proprio la premeditazione.
Cristiano Mossali, il 56enne meccanico d’auto di Capriolo in carcere dai primi di settembre di quattro anni fa con l’accusa di aver ucciso Nexhat Rama nella sua autofficina, e di aver poi distrutto il suo cadavere dandogli fuoco nella campagna non lontano da casa insieme alla sua auto, scoprirà solo nei prossimi mesi quanto dovrà stare ancora in carcere.
La Suprema Corte
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza con la quale i giudici d’appello di Brescia avevano dimezzato il verdetto di primo grado ritenendo la premeditazione non adeguatamente provata. La Suprema Corte, che motiverà nei prossimi mesi la sua decisione, ha rinviato gli atti ad altra Corte d’assise d’appello perché pesi gli elementi di prova raccolti proprio a sostegno della premeditazione. Perché riconsideri l’intero capitolo e, qualora decidesse di escluderla ancora, motivi con ragionamenti diversi e più convincenti perché a suo avviso non si possa parlare di delitto pianificato ed organizzato.
A Venezia
Contrariamente a quanto accade in casi come questi, nei quali il fascicolo per competenza passa a Milano, i giudici che dovranno occuparsi di Mossali – difeso dall’avvocato Stefano Forzani – e dell’omicidio di Nexhat Rama saranno quelli della Corte d’assise d’appello di Venezia. Quando è presto per dire. Prima devono essere depositate le motivazioni.

Il delitto
Era il 28 agosto del 2022, un lunedì mattina, quando Rama, che aveva fatto credito a Mossali e da giorni pretendeva di rientrare in possesso del suo denaro, uscì dall’officina di Capriolo del suo debitore nel bagaglio della sua auto. L’appuntamento era stato fissato da alcune ore. Per l’occasione il 56enne meccanico aveva dato un giorno di ferie ai suoi dipendenti, detto al figlio di rinchiudersi in casa, aveva disattivato l’impianto di videosorveglianza del suo capannone e soprattutto si era procurato un’arma. Sapeva che Rama sarebbe tornato alla carica, lo aveva fatto anche con suo figlio con mezze frasi che non aveva gradito.
Premeditato o preordinato?
Per l’accusa e per i giudici di primo grado si era preparato per stroncare con il piombo le pretese del suo creditore una volta per tutte. Per quelli d’appello invece l’appuntamento con Rama «avrebbe potuto anche essere stato preso per tentare un ulteriore accomodamento dei tempi di restituzione del prestito» e, in ogni caso, il piano di Mossali avrebbe potuto essere predisposto «con migliore astuzia per non trovarsi costretto, ad esempio, allo sbrigativo incendio dell’auto della vittima, con all’interno il suo corpo, a pochi chilometri da casa».




