’Ndrangheta a Brescia: dietro l’inchiesta incroci in carcere e ammissioni

Gli inquirenti iniziano a indagare sul clan Tripodi grazie alle intercettazioni a Canton Mombello
Pm antimafia: Teodoro Catananti e Francesco Carlo Milanesi - Gabriele Strada /Neg © www.giornaledibrescia.it
Pm antimafia: Teodoro Catananti e Francesco Carlo Milanesi - Gabriele Strada /Neg © www.giornaledibrescia.it
AA

Un’ammissione. «Sono un uomo dei Tripodi di Flero, referenti in Lombardia della ‘ndrangheta». Una frase che da il via ad anni di indagini, intercettazioni e appostamenti. A parlare dietro le sbarre di Canton Mombello nel 2020 in pieno Covid è Vincenzo Iaria, uno dei 30 arrestati giovedì nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Brescia sulle presunte infiltrazioni mafiose nel tessuto economico locale. E uno dei sette accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso che «anche durante il periodo di carcerazione per altri fatti non ha mai fatto venire meno il suo legame con i Tripodi» scrivono gli inquirenti.

Iaria racconta del suo impegno nella presunta cosca ad un altro detenuto accusato in quel momento pure lui di associazione a delinquere di stampo mafioso. Ovvero Rosario Marchese, imprenditore di Gela, trasferito nel Bresciano da Caltanisetta in obbligo di soggiorno, ritenuto vicino alla stidda siciliana, condannato a 16 anni per reati fiscali – con l’esclusione dell’aggravante mafiosa - e per aver aiutato imprenditori bresciani ad evadere le tasse attraverso falsi crediti di imposta e indebita compensazione. E che proprio durante la detenzione a Canton Mombello inizia una collaborazione con la Procura antimafia di Brescia.

Agli atti

Marchese riferisce le confidenze di Iaria sul recupero crediti fatto per conto di padre e figlio, Stefano e Francesco Tripodi, i vertici della Locale individuata dall’antimafia. Ed è proprio Iaria il primo a chiamare in causa suor Anna Donelli, la religiosa finita ora ai domiciliari per concorso esterno in associazione mafiosa. «É la monaca (la chiamano così) a portarci in carcere le informazioni provenienti dai Tripodi». Marchese svela informazioni su una famiglia – quella dei Tripodi appunto - che per altro conosce già. A loro, che a Flero sono a capo della Stefan Metalli, svela infatti, di essersi rivolto nel 2017 per sistemare l’auto attinta da alcuni colpi d’arma da fuoco in un agguato mentre era in tangenziale a Milano. Agli investigatori dice di essere andato nell’officina di via Benedetto Castelli «dove - dirà uno degli arrestati - vengono tutti i clan della Calabria». Gli elementi messi a verbale da Marchese e poi dallo stesso Iaria, vengono utilizzati dai pm antimafia Teodoro Catananti e Francesco Carlo Milanesi - siamo nel 2021 - per mettere ufficialmente sotto i riflettori Stefano e Francesco Tripodi. E tutto il loro mondo.

Malavita locale

Le intercettazioni, ambientali e telefoniche, sono centinaia in oltre mille pagine di informativa. Al cellulare i calabresi trapiantati a Flero utilizzano «i termini propri della consorteria» scrive chi indaga. E quindi «picciotti», «camorristi» e «la santa» e spesso fanno riferimenti ai componenti della famiglia ‘ndranghetista di riferimento in Calabria: gli Alvaro di Sinopoli. Al telefono i Tripodi non farebbero nemmeno nulla per nascondere il loro ruolo «di punti di riferimento anche della malavita locale».

Come quando il 42enne Francesco racconta l’episodio in cui Gaetano Fortugno, originario di Gioia Tauro e altro nome legato alla criminalità bresciana, si era lamentato con lui di una discussione avuta con il pizzaiolo del suo locale a Desenzano del Garda. «Poi lui ha seguito il mio consiglio di sparare davanti a tutti al dipendente».

Spari avvenuti effettivamente nel maggio del 2019 nel ristorante di proprietà di Fortugno che ferisce al polpaccio il pizzaiolo che chiedeva di essere pagato. Intrecci, confidenze, incontri, che restituiscono a chi indaga una fotografia «del potere che esercitano i Tripodi con soggetti legati ad altre organizzazioni criminali, ma anche con professionisti, pubblici ufficiali (come il funzionario della Motorizzazione Oreste Iannone anche lui arrestato), politici e amministratori locali (come l’ex consigliere comunale di Fratelli d’Italia in Loggia Giovanni Acri e l’ex leghista Mauro Galeazzi entrambi agli arresti) e addirittura una religiosa come suor Anna Donzelli). Emergerebbe quel «para Stato a cui si rivolgeva la società civile» che per i pm bresciani rappresenta «uno degli elementi più inquietanti dell’inchiesta».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.