Un’ammissione. «Sono un uomo dei Tripodi di Flero, referenti in Lombardia della ‘ndrangheta». Una frase che da il via ad anni di indagini, intercettazioni e appostamenti. A parlare dietro le sbarre di Canton Mombello nel 2020 in pieno Covid è Vincenzo Iaria, uno dei 30 arrestati giovedì nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Brescia sulle presunte infiltrazioni mafiose nel tessuto economico locale. E uno dei sette accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso che «anche durante il periodo di carcerazione per altri fatti non ha mai fatto venire meno il suo legame con i Tripodi» scrivono gli inquirenti.
Iaria racconta del suo impegno nella presunta cosca ad un altro detenuto accusato in quel momento pure lui di associazione a delinquere di stampo mafioso. Ovvero Rosario Marchese, imprenditore di Gela, trasferito nel Bresciano da Caltanisetta in obbligo di soggiorno, ritenuto vicino alla stidda siciliana, condannato a 16 anni per reati fiscali – con l’esclusione dell’aggravante mafiosa - e per aver aiutato imprenditori bresciani ad evadere le tasse attraverso falsi crediti di imposta e indebita compensazione. E che proprio durante la detenzione a Canton Mombello inizia una collaborazione con la Procura antimafia di Brescia.




