Giovani arrestati a Brescia, tutte le aggressioni tra gennaio e marzo

I fatti contestati sono molti e gravi. Rapina, estorsione, furto, resistenza. Aggravati ed in concorso. Sono il racconto, basato sulle ricostruzioni di Polizia e Carabinieri di una decina di episodi violenti tra gennaio e marzo in cui un gruppo di ragazzi giovanissimi, tra i 18 e i 22 anni, tutti di origine tunisina e in gran parte arrivati in Italia come minori non accompagnati e poi sfuggiti al sistema dell’accoglienza, nella zona della stazione ferroviaria.
«Misura proporzionata»
Per il Gip Angela Corvi, che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare in carcere sulle base delle richieste presentate dalla Procura della Repubblica che ha riunito le risultanze delle diverse indagini portate avanti sui singoli episodi dai carabinieri della stazione di Piazza Tebaldo Brusato e del Radiomobile di Brescia e dalla Squadra Mobile della Questura, «La massima misura – richiesta dal Pubblico Ministero – appare certamente proporzionata alla gravità dei fatti contestati agli indagati».
Picchiare per noia
Il tribunale usa parole nette per spiegare quelle che ritiene le motivazioni dell’agire violento dei ragazzi arrestati: «Il reato predatorio, per gli indagati, sia più che altro una occasione attraverso cui sfogare i più turpi ed incontrollabili istinti, per dare libero sfogo alla violenza, per affermare una superiorità basata unicamente sulla forza». In carcere sono così finiti Mohamed Amine Ben Hassen, Morsi Ben Salem, Khouna Seif Eddine, Ahmed Labeoui, Helmi Gharsslwoi, Mohamed Essousi. Mentre Mohamed Ali Ben Souda e Ahmed Alayeb risultano irreperibili e gli inquirenti ritengono che siano all’estero.
Gli episodi
Le forze di polizia iniziano ad interessarsi a loro il 4 gennaio quando, in via Solferino, alcuni di loro aggrediscono un ragazzo per derubarlo della catenina e poi rapinano il portafogli e il telefono all’amico che aveva provato a difenderlo. Il 9 gennaio lo stesso gruppo ha tirato giù da un autobus un ragazzo che poi si è rifugiato a bordo di un treno. Nella colluttazione i ragazzi hanno picchiato anche il capotreno. Il 15 gennaio, sotto i portici della stazione, un gruppo formato da una decina di ragazzi aggredisce un uomo che sta comprando le sigarette e gli rapina il giubbino di marca e il portafogli.
Dinamica analoga il 19 gennaio quando hanno aggredito un altro soggetto davanti ad un distributore automatico, portandogli via il portafogli e poi provando ad utilizzare le sue carte di credito. L’8 febbraio, nel parcheggio, hanno spruzzato spray urticante contro un ragazzo e poi lo hanno trascinato per la giacca fino ad un luogo appartato dove lo hanno preso a calci e pugni per rapinarlo di 150 euro, e poi ancora il 9 marzo due di loro hanno prima insultato e poi preso a pugni una ragazza. Ma l’elenco è più lungo.
Perché si chiamano maranza
L’origine non è chiara e potrebbe essere frutto di una storpiatura del dialetto milanese. Secondo l’Accademia della Crusca l’etimologia di maranza è l’incrocio tra la parola «melanzana» e «marrakesch».
Si tratta di un neologismo giovanile diffusosi in Italia, soprattutto nel Nord, a partire dal 2010 ed è diventato popolare dal 2020 soprattutto sui social e su TikTok. Il termine è entrato anche nella Treccani che scrive: «Giovane che fa parte di comitive o gruppi di strada chiassosi, caratterizzati da atteggiamenti smargiassi e sguaiati e con la tendenza ad attaccar briga, riconoscibili anche dal modo di vestire appariscente (con capi e accessori griffati, spesso contraffatti) e dal linguaggio volgare».
I maranza sono spesso associati a look vistosi, come tute da ginnastica firmate, magli delle squadre di calcio, occhiali da sole anche di sera e tagli di capelli particolari e riconoscibili. Un look fotocopia che i maranza scelgono come immagine di uno stile. E in questo mondo ha un peso anche la musica che viene ascoltata. Ed in particolare la techno o il trash italiano.
«È diventato una sorta di etichetta identitaria, tra autoironia e provocazione» racconta chi vuole essere etichettato come maranza, rivendicando con orgoglio il termine diventato virale attraverso i social e finito sempre più spesso anche nelle pagine di cronaca dei giornali.
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