La battaglia, adesso, è anche su chi debba raccontare quello che è successo. Perché sugli scontri del 17 ottobre in piazza Paolo VI ci sono due ricostruzioni che non coincidono. Quella della Questura, fatta propria dalla sindaca Laura Castelletti, e quella di chi quel pomeriggio era in corteo e oggi accusa le istituzioni di aver guardato dalla parte sbagliata. In mezzo ci sono le immagini, le testimonianze, le responsabilità ancora da accertare. E soprattutto migliaia di ragazzi che, dopo essere scesi in piazza per la prima volta, non sembrano intenzionati a tornarci soltanto per chiedere scusa.
A nove giorni dalla manifestazione di «Italia in piazza», Usb e una rappresentanza degli studenti rilanciano la propria versione dei fatti. Lo fanno con un dossier fotografico che intendono consegnare ai consiglieri comunali, chiedendo di essere ascoltati dal presidente del Consiglio comunale. Ma anche con un'accusa politica precisa: la città avrebbe liquidato troppo in fretta quanto accaduto, attribuendo ai manifestanti responsabilità che, secondo gli organizzatori, andrebbero cercate altrove. E mentre la conferenza stampa riapre il caso, a Palazzo Loggia la sindaca Castelletti incontra a porte chiuse alcuni dei ragazzi protagonisti della mobilitazione.
«Nella città c'è una rimozione istituzionale», attacca Giorgio Cremaschi. Il sindacalista chiama direttamente in causa il questore e, subito dopo, la prima cittadina, accusata di aver accolto la ricostruzione della Questura senza interrogarsi sulle circostanze che avrebbero preceduto gli scontri. La sua versione è netta: all'arrivo del corteo in piazza Duomo, un gruppo di estremisti di destra abitualmente presenti sotto i portici di via Beccaria avrebbe cominciato a provocare i manifestanti con insulti, anche razzisti, e successivamente a lanciare bottiglie e altri oggetti. Il tutto, sostiene Cremaschi, mentre gli agenti si erano schierati davanti a loro.
«La polizia si è schierata davanti a loro e questi, dietro il cordone della polizia, hanno tirato bottiglie contro i manifestanti, senza nessun intervento delle forze dell'ordine».
Un'accusa pesante, che chiama in causa la gestione dell'ordine pubblico e che resta, allo stato, la ricostruzione dei promotori dell'iniziativa. Cremaschi riconosce peraltro che alcuni funzionari sarebbero intervenuti per fermare una carica degli agenti. Ma proprio per questo insiste sulla responsabilità dei vertici della Questura, accusati di aver ignorato nella ricostruzione ufficiale le provocazioni denunciate dai manifestanti.
A sostegno di questa versione arriva anche il racconto di uno dei ragazzi presenti al corteo. Per circa due ore, due ore e mezza, sostiene, la manifestazione si sarebbe svolta senza particolari tensioni. Poi l'arrivo in piazza Paolo VI. «Ho visto chiaramente la prima bottiglia lanciata: era una bottiglia di vetro verde», racconta, precisando che sarebbe stata scagliata verso i ragazzi. Una testimonianza che gli organizzatori considerano decisiva per contestare la sequenza degli avvenimenti descritta dalle autorità.
Dario Filippini insiste sulla necessità di stabilire chi abbia cominciato. «Vorremmo ricostruire la verità delle cose», spiega, annunciando la distribuzione del dossier ai consiglieri comunali. Secondo Filippini, anche alcuni cittadini presenti avrebbero assistito alla gestione degli scontri e sarebbero intervenuti per chiedere agli agenti di fermarsi. «Abbiamo chiesto al presidente del Consiglio comunale di incontrarci», aggiunge. L'obiettivo è ottenere un confronto pubblico, non lasciare che la ricostruzione della giornata resti affidata soltanto alle comunicazioni della Questura.
C'è poi via Beccaria, che nella denuncia di Usb diventa qualcosa di più del luogo dal quale sarebbero partite le provocazioni. Cremaschi la paragona alla San Babila milanese degli anni Settanta, ritrovo della destra radicale. «È intollerabile da tempo che questa via Beccaria stia diventando una specie di corso San Babila degli anni Settanta», afferma, denunciando aggressioni ai danni di giovani riconoscibili per la kefiah, il colore della pelle o l'appartenenza politica. Il sindacato sostiene di avere raccolto segnalazioni e denunce relative a episodi precedenti e chiede alle istituzioni di affrontare anche questo problema. Accuse che richiedono verifiche, ma che spostano il confronto dalla sola giornata del 17 ottobre alla sicurezza e alla convivenza nel cuore della città.
La questione, però, è anche generazionale. Filippini contesta il modo in cui una parte del dibattito pubblico ha liquidato i manifestanti, trattandoli come ragazzi incapaci di spiegare le proprie ragioni. «Quando ero ragazzo il futuro in qualche modo potevo anche averlo, adesso invece no. È cancellato anche quello», osserva. E definisce «abbastanza spocchioso» l'atteggiamento di chi si domanda che cosa vogliano questi giovani senza provare ad ascoltarli. Cremaschi insiste sul carattere inedito della mobilitazione bresciana: migliaia di ragazzi scesi in strada, molti per la prima volta, un fenomeno che a suo giudizio avrebbe richiesto una risposta politica prima ancora che una lettura di ordine pubblico.
L’incontro
È su questo terreno che l'incontro tra Castelletti e gli studenti assume un significato particolare. Dopo le condanne dei disordini e le polemiche dei giorni successivi, la sindaca si trova ora ad ascoltare direttamente una rappresentanza di quel movimento. Un confronto a porte chiuse, mentre Usb chiede che la discussione approdi anche in Consiglio comunale. Resta da capire se l'incontro servirà a ricomporre almeno una parte della frattura oppure farà emergere ulteriormente la distanza tra le due ricostruzioni.
Intanto il calendario corre. Gli organizzatori stanno preparando una nuova manifestazione per il 30 ottobre, nel quadro di una mobilitazione che Usb collega anche allo sciopero e all'iniziativa internazionale annunciata in novanta porti di altrettanti Paesi affacciati sul Mediterraneo. Dopo il 17 ottobre, insomma, la piazza non si considera archiviata.
Le parole della sindaca
«Mi ha fatto piacere che ci sia stato questo incontro» spiega Castelletti, riconoscendo che quella del 17 ottobre è stata «una manifestazione pacifica» fino ai disordini conclusivi. Gli studenti, racconta, le hanno chiesto soprattutto di distinguere le ragioni della protesta dalle responsabilità di chi ha partecipato agli scontri: «Ci tenevano che io sottolineassi con loro il valore delle ragioni della piazza», a partire da «disagio, preoccupazioni, difficoltà, povertà» che attraversano una parte delle nuove generazioni. Ragioni che, secondo la sindaca, non possono essere confuse con la condanna di «quel pezzetto che abbiamo visto cambiare il clima della piazza alla fine».

Sul resto, però, le distanze rimangono: «Mi hanno dato una loro versione di come le cose sono accadute – riferisce la sindaca –. Ho spiegato loro che non sono io a fare le indagini per capire come sono andate. Quello la Questura lo starà facendo con i filmati». Nessuna presa di posizione, dunque, sulle responsabilità denunciate da Usb e sulla presunta origine delle provocazioni. Alla domanda se durante l’incontro sia stata affrontata anche la questione di via Beccaria, la sindaca risponde negativamente.
Il risultato politico del faccia a faccia, almeno per ora, sta nell’impegno a non interrompere il confronto. «Ci siamo detti che troveremo il modo di continuare a dialogare perché a me interessa dialogare con quel pezzo di sensibilità e di presenza nella città» conclude Castelletti.



