Raccoglievano centinaia di migliaia di tonnellate di liquidi e solidi da allevamento per trasformarli in energia. Poi le reimmettevano in circolo senza averle private delle loro cariche più pericolose, a partire dalle concentrazioni di azoto. Lo avrebbero fatto almeno dal 2022. I carabinieri forestali, che all’alba si sono presentati ai cancelli della Green Energy di via Palazzolo con un decreto di sequestro, stimano che dal loro impianto biogas, siano uscite 144mila tonnellate di digestato fuori norma e che quel prodotto – rifiuto a tutti gli effetti – sia stato sparso senza ritegno, ma anche senza alcun efficace tornaconto produttivo, sui terreni di buona parte dell’Ovest bresciano, ma anche di una porzione non irrilevante dell’Est bergamasco.
Profitto extra
Per questo business a danno dell’ambiente, durato almeno un triennio, i magistrati della Dda della procura di Brescia hanno iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di traffico illecito di rifiuti, falso ideologico in atto pubblico, abbandono di rifiuti e impedimento dei controlli, Stefano Gibellini, che della Green Energy è amministratore unico e legale rappresentante, Giovanni Bertoli, unico socio e gestore dell’impianto, e Francesco Chiari agronomo e responsabile delle comunicazioni in materia di nitrati presentate a Regione Lombardia.
Secondo l’inchiesta lo schema illecito non era particolarmente sofisticato. Alla raccolta di letame ed altri scarti zootecnici utili ad alimentare il loro impianto a biogas, faceva seguito la produzione di energia e la sua vendita, ma non l’abbattimento della loro dote di azoto. Quanto raccolto di fatto non veniva trattato prima di essere riutilizzato nei campi, il che consentiva agli indagati di incassare il prezzo dei watt venduti da un lato, e dall’altro di risparmiare i costi di esercizio dell’impianto di depurazione: dalla bolletta per farlo funzionare, considerato che, se non era spento, lavorava a regimi bassissimi, ai fusti di acido solforico da utilizzare nel procedimento. Un extra profitto di circa 800mila euro in un triennio.
Oltre i limiti
Secondo la ricostruzione dei carabinieri forestali i reflui transitati nell’impianto – in misura peraltro di molto superiore alla sua capacità - venivano ridistribuiti con tutta la loro carica di azoto nei campi oltre che di Chiari, di Coccaglio, Roccafranca, Cologne, Palazzolo, Urago d’Oglio, ma anche di Palosco e Mornico al Serio nella Bergamasca, con effetti – peraltro esclusivamente negativi – solo sulla salute dei terreni e della falda acquifera. L’altissima concentrazione di nitrati, anche quattro volte superiore al limite consentito (che è di 170 kg all’anno per ettaro), per gli investigatori non ha alcuna capacità fertilizzante per i suoli, ma costituiva per loro solo una fonte di grave contaminazione. Lo spargimento avveniva con trattori, ma anche - sostengono gli inquirenti - inserendo pompe idrovore all’interno delle cisterne dell’impianto e lasciando fluire per ore i liquami non trattati all’esterno, nei terreni adiacenti.
Controlli ad ostacoli

I tre indagati – ai quali si aggiunge Ernesto Pozzi, il terzista incaricato dello spandimento del digestato nei terreni – sapevano che la pratica era illecita. E per questo - stando all’inchiesta - non solo dichiaravano falsamente a Regione Lombardia di abbattere il 70% dell’azoto, quando al massimo erano arrivati al 19%, ma facevano di tutto per impedire il controlli dei tecnici di Arpa.
Si rendevano irreperibili, non rispondevano al telefono, chiudevano i cancelli dell’azienda, facevano sparire i mouse dai computer, diluivano il digestato per ostacolare i campionamenti, arrivando a falsificare le analisi, le fatture di acquisto dell’acido solforico e i registri di impresa. Per il giudice delle indagini preliminari Angela Corvi che ha lo disposto, il sequestro preventivo degli impianti della Green Energy è dettato dalla necessità di impedire che siano compiuti altri reati ambientali o comunque aggravate le conseguenze di quelli già commessi.
Prognosi peraltro suggerita dalla condotta degli indagati che tiravano dritti «nonostante i controlli Arpa, le diffide e le prescrizioni». Il gip ha rigettato la richiesta di sequestro per equivalente del prezzo del reato. Non c’è la sua esatta quantificazione e nemmeno prova del tentativo degli indagati di farlo sparire. Nessuna parola per ora dagli indagati. Sentita in merito all’indagine, la difesa al momento preferisce non rilasciare dichiarazioni.




