Cronaca

Giulio Regeni: condannati tre 007 egiziani, uno assolto

Il giovane ricercatore era stato ucciso in Egitto nel 2016. La sentenza della Corte d'Assise di Roma: cade l’accusa di omicidio, resta quella di sequestro. Castelletti: «Punto fermo dal quale non si retrocede, Brescia ha scelto fin da subito da che parte stare»
Cartelloni di solidarietà a Giulio Regeni - Foto Ansa  © www.giornaledibrescia.it
Cartelloni di solidarietà a Giulio Regeni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La Corte d’Assise di Roma ha condannato tre 007 egiziani accusati di avere sequestrato, torturato e ucciso Giulio Regeni al Cairo nel 2016. Il quarto agente dei servizi segreti imputato è stato assolto.

La Procura aveva chiesto l’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, ritenuto l’uomo che ha materialmente ucciso Regeni, e 17 anni e mezzo per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr (quest’ultimo assolto). Per tutti loro è caduta l’accusa di omicidio, resta quella di sequestro. «Ciò di cui siamo particolarmente soddisfatti è che si sia riusciti a tirar fuori il processo dal pantano in cui era andato a finire», ha commentato Lo Voi.

La reazione di Castelletti

«La sentenza di oggi sulla morte di Giulio Regeni stabilisce un punto fermo da cui non è più possibile retrocedere». A scriverlo in una nota è la sindaca di Brescia Laura Castelletti: «Nessuno ora potrà negare la verità sostanziale dei fatti a cui si è giunti dopo dieci anni in cui la famiglia di Regeni non ha mai smesso di chiedere giustizia. Se oggi si è giunti a una sentenza di condanna, anche se parziale, è solo grazie alla loro ferrea volontà di non fermarsi di fronte a depistaggi e palesi tentativi di insabbiamento da parte delle autorità egiziane. La loro non è stata solo una battaglia per chiedere giustizia per il proprio figlio torturato e ammazzato, negli anni è diventata una lotta comunitaria per chiedere il rispetto dei diritti umani in un Paese che l’Italia considera democratico».

«Brescia, nel suo piccolo, non li ha mai lasciati soli, chiedendo sempre, a gran voce, che emergesse la verità sulla morte di questo giovane ricercatore e il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo – prosegue la sindaca –. Lo striscione giallo che ricorda questa battaglia non ha mai smesso di sventolare su un lato di palazzo Loggia, anche quando essere dalla parte della famiglia della vittima era diventato scomodo. Ma la città di Brescia ha scelto fin da subito da che parte stare e ha sempre creduto, ora più che mai, di trovarsi dal lato giusto di questa terribile vicenda».

«Questa sentenza – conclude la nota – non restituirà Giulio alla sua famiglia e alla sua comunità, ma riconosce come oggi in Italia sia stata fatta parziale giustizia, nonostante tutto e con dieci anni di ritardo. La città di Brescia è vicina, come lo è sempre stata in questi dieci anni, ai famigliari di Giulio Regeni, e proseguirà nella volontà di trasmetterne la memoria».

L’indagine

Dalle promesse di piena collaborazione ai depistaggi, passando per richieste istruttorie rimaste senza risposta e documenti mai consegnati. Ad oltre dieci anni dall’omicidio di Giulio Regeni, l’indagine della Procura di Roma fa emergere una sistematica attività di ostacolo all’accertamento della verità da parte delle autorità egiziane. Fin dalle prime fasi dell’inchiesta, gli inquirenti italiani avevano indicato come prioritario ricostruire i fatti, individuare i responsabili delle torture e dell’omicidio del ricercatore friulano e assicurarli alla giustizia.

Le risultanze investigative hanno però restituito un quadro opposto, caratterizzato da una collaborazione giudiziaria ritenuta solo apparente e finalizzata, secondo la Procura, più all’occultamento della verità che al suo accertamento. Gli investigatori italiani inviati al Cairo nel 2016 operarono senza reali poteri di iniziativa. La loro presenza fu limitata a quella di osservatori, privi della possibilità di indirizzare le attività investigative o partecipare concretamente alle decisioni assunte dagli apparati locali. Le crescenti manifestazioni di sfiducia portarono Ros e Sco a chiudere l’esperienza investigativa congiunta il 23 marzo 2016.

I depistaggi

Il giorno successivo la National Security annunciò di aver individuato e ucciso i responsabili del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Regeni. Secondo la versione egiziana, il ricercatore sarebbe stato vittima di una banda criminale composta da cinque persone dedite a rapine e truffe ai danni di stranieri. Una ricostruzione che suscitò forti perplessità nella Procura di Roma e che le successive verifiche investigative avrebbero smentito. Tra gli elementi ritenuti decisivi, la localizzazione di una utenza telefonica attribuita al presunto capo della banda, risultata attiva la sera del 25 gennaio 2016 a circa cento chilometri dal Cairo.

Quel gruppo criminale viene oggi indicato dagli inquirenti come il principale depistaggio messo in campo per allontanare l’attenzione dagli apparati di sicurezza egiziani. Nei due anni successivi la cooperazione tra i due Paesi si tradusse in una lunga serie di incontri formali senza risultati investigativi concreti. Nel dicembre 2017 la Procura consegnò alle autorità egiziane un’informativa che già delineava le responsabilità di appartenenti alla National Security poi imputati nel processo. Anche quell’iniziativa rimase senza effetti e, il 4 dicembre 2018, la Procura capitolina iscrisse nel registro degli indagati cinque esponenti dei servizi di sicurezza egiziani.

Lo striscione appeso su Palazzo Loggia - © www.giornaledibrescia.it
Lo striscione appeso su Palazzo Loggia - © www.giornaledibrescia.it

Il Memorandum

Con l’avvicendamento al vertice della Procura generale egiziana, la collaborazione apparente lasciò spazio a una contestazione aperta delle conclusioni italiane. Emblematico il «Memorandum» inviato dal Cairo, nel quale gli elementi raccolti dall’accusa vengono contestati punto per punto per escludere qualsiasi coinvolgimento della National Security. Particolarmente significativo resta il bilancio delle richieste di cooperazione giudiziaria. Dall’Egitto sono arrivate soltanto due rogatorie, contenenti undici richieste, tutte soddisfatte dalla Procura di Roma.

Di contro, sulle 64 richieste avanzate dall’Italia, soltanto 25 hanno ricevuto risposta, mentre 39 risultano ancora prive di riscontro. Tra gli atti mai trasmessi figurano il traffico delle celle telefoniche, i profili biologici rinvenuti sugli indumenti di Regeni, la documentazione della National Security relativa al monitoraggio del ricercatore, i registri di servizio e gli atti amministrativi del fascicolo aperto su di lui. Secondo la Procura di Roma non si tratterebbe di omissioni casuali, ma di mancate risposte selettive relative proprio agli elementi che avrebbero consentito di ampliare il perimetro delle responsabilità e identificare ulteriori appartenenti agli apparati di sicurezza coinvolti nella vicenda.

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