Gelmini: «Rischi per i ragazzi: sui social servono regole più chiare»

«Da tempo seguo il mondo della scuola e dell’adolescenza e negli ultimi anni il disagio giovanile è diventato un fenomeno sempre più diffuso. È necessario intervenire». Già ministra dell’Istruzione nel quarto governo Berlusconi, Mariastella Gelmini, oggi senatrice tra le fila di Noi Moderati di Maurizio Lupi, è la prima firmataria al Senato del disegno di legge «Disposizioni per l’utilizzo di piattaforme digitali da parte di utenti minori di sedici anni», il cui scopo è prevenire i troppi problemi che investono i nostri adolescenti, che presentano sempre di più «disturbi alimentari, isolamento sociale, difficoltà di concentrazione, problemi psicologici e forme di autolesionismo, dovute spesso proprio all’utilizzo dei social».

Senatrice, che ruolo hanno i social network in questo contesto?
«Molto spesso emerge un collegamento tra abuso dei social e disagio giovanile, oltre al fatto che il web può amplificare fragilità già presenti. Colpisce, ad esempio, la tendenza a filmare episodi di violenza per diffonderli online: è un segnale di quanto la dimensione digitale possa influenzare i comportamenti degli adolescenti».
La vostra proposta prevede il divieto di accesso ai social sotto i 14 anni. Perché questa soglia?
«Riteniamo che fino a 14 anni non ci siano le condizioni di maturità per gestire in modo consapevole i social network. Dai 14 anni in avanti questa consapevolezza deve essere costruita e rafforzata con il supporto di famiglie e scuola. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di accompagnare i ragazzi verso un uso responsabile».
Uno dei punti centrali del disegno di legge è la verifica dell’età degli utenti?
«Oggi spesso l’accesso alle piattaforme si basa su una semplice autodichiarazione dell’età, facilmente aggirabile. Noi proponiamo di rafforzare i sistemi di age verification, anche con il coinvolgimento dei genitori, perché non è raro che i dispositivi siano intestati agli adulti. È necessario che i contenuti siano coerenti con l’età degli utenti e che vengano evitati messaggi violenti o modelli diseducativi».
Qual è il ruolo delle famiglie e delle piattaforme digitali?
«Serve un’assunzione di responsabilità collettiva. Non possiamo scaricare tutto sulla scuola o sui genitori, ma nemmeno sulle piattaforme. Dobbiamo costruire un circuito virtuoso che favorisca un uso consapevole dei social, anche dal punto di vista del tempo trascorso online. Ragazzi che passano tre o quattro ore al giorno sui social rischiano di isolarsi e di rinunciare ad altre esperienze fondamentali per la crescita».
Oltre ai limiti ai social, proponete anche interventi sulla socialità reale. Perché?
«Non basta contrastare il disagio, bisogna prevenirlo. Servono luoghi sicuri di incontro e di comunità, dove i ragazzi possano fare sport, attività culturali e relazioni reali. Per questo abbiamo sostenuto finanziamenti agli oltre 8mila oratori italiani. L’obiettivo è offrire alternative concrete alla vita esclusivamente digitale».
Quali prospettive vede per l’approvazione della legge?
«Su questo tema esistono proposte trasversali in Parlamento. Credo sia possibile arrivare a un testo condiviso, perché la tutela dei minori non dovrebbe essere oggetto di divisione politica. Il problema esiste e va affrontato con strumenti adeguati».
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