Aggressioni di minori, «servono indagini preventive nelle chat»
«Servono indagini preventive nelle chat dei canali nascosti». Apre uno squarcio sul sottobosco virtuale in cui si annidano gli estremismi Michele Vitiello, ingegnere informatico forense. I recenti episodi – prima l’aggressione ad un’insegnante a Trescore Balneario e poi l’arresto del 17enne che pianificava una strage a scuola – hanno due elementi comuni: la giovanissima età dei protagonisti e i canali scelti.
Cosa raccontano questi ultimi fatti?
«Più che un problema della tecnologia è un problema sociale. I ragazzi sono sempre connessi, già dalla tenera età. Magari cominciano dalle chat dei giochi online. Con questi metodi oggi c’è la possibilità di parlare con sconosciuti, così se voglio creare una bomba mi metto in contatto con chi ha interessi come i miei. Questo ha cambiato totalmente l’approccio, anche per compiere atti terroristici».

Telegram, l’app di messaggistica più usata da chi vuole nascondersi, è davvero inaccessibile?
«Telegram basa la sua messaggistica sul cloud e invia i dati sui server dell’app. Ecco perché possiamo leggere i messaggi che riceviamo solo se siamo connessi ad internet. Whatsapp invece va a scrivere sul database del telefono stesso, quindi c’è sempre possibilità di recuperare i dati. Inoltre per registrarsi su Telegram si possono usare nickname o numeri all’estero, c’è anche la possibilità di oscurare il numero dell’utente».
È possibile risalire all’identità degli utenti dal solo nickname?
«Servono solo indagini complesse, non è affatto facile risalire all’IP. Ecco perché spesso si sequestrano i dispositivi. Per sfuggire spesso basta un prestanome o una linea telefonica dall’altra parte del mondo».
E quando gli utenti si cancellano, come nel caso di chi si trovava nella chat del 13enne di Trescore Balneario?
«Si può intervenire solo nell’immediatezza e cercare in quei canali sperando che qualcuno dei coinvolti abbia un’identità certa. Servono tecniche di ingegneria sociale, anche con la polizia postale. Può ad esempio entrare in gioco un agente provocatore, una figura sotto copertura che si finge uno di loro e osserva ciò che sta accadendo. C’è bisogno che le forze dell’ordine continuino sulla prevenzione».
Oggi l’ingegneria informatica ha gli strumenti per fronteggiare questo fenomeno?
«Deve ancora affinarsi. Attualmente lavoriamo soprattutto nella fase successiva ai fatti accaduti. E spesso ci occupiamo di effettuare una copia forense, di analizzare dei supporti di memoria e di ricostruire l’accaduto. Ma non c’è ancora un’informatica forense in via preventiva».
Su quali casi ha indagato più frequentemente?
«Soprattutto violenze sessuali e revenge porn, in generale quando si colpiscono le fasce deboli. Ma abbiamo lavorato anche su spaccio di droga e omicidi».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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