La condanna di Meta e Google e la «sindrome da algoritmo»

Una giuria della Corte suprema americana ha stabilito che le due Big Tech sono responsabili della dipendenza da social media di una ventenne
Social su un telefono
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«Ci sarà pure un giudice a Berlino», diceva il mugnaio di Potsdam inventato da Bertold Brecht. Di fronte alla decisione del sovrano Federico II di Prussia di espropriare e abbattere il suo mulino, il soggetto più debole invocava l’intervento di una giustizia «riparativa» rigorosa e neutrale, in grado di raddrizzare il torto che stava subendo. E pazienza se la frase brechtiana è stata spesa anche dall’ex sottosegretario dimissionato Andrea Delmastro quando, l’anno scorso, venne condannato per rivelazione del segreto d’ufficio nell’ambito del «caso Cospito»...

Oggi si può dire che esiste un giudice (anzi, più di uno) a Los Angeles. Difatti, una giuria della Corte suprema della contea di L.A. ha stabilito che Meta e Google sono responsabili della dipendenza da social media di Kaley G.M, la ventenne che aveva sporto denunciato, e ha testimoniato direttamente in aula di avere sviluppato una depressione e forme di angoscia e di nutrire continuativamente pensieri suicidi istigati proprio da YouTube e Instagram.

Si tratta a tutti gli effetti di un giudizio storico contro alcune Big Tech (come lo fu quello contro Philip Morris): un «processo campione» destinato a orientare i verdetti di numerose ulteriori cause analoghe in materia (ne esistono già, pendenti sul territorio statunitense, almeno altre duemila). Va ricordato che TikTok e Snapchat avevano raggiunto un accordo stragiudiziale prima dell’avvio del dibattimento, mentre Google e Meta si erano rifiutate di raggiungere una mediazione, e alfine è arrivata la condanna al pagamento alla ragazza di 3 milioni di dollari. Una «sentenza tira l’altra», e l’effetto imitazione (per ragioni estremamente comprensibili, e anche di ricerca di risarcimenti monetari) risulta facilmente prevedibile, persino ben oltre le migliaia di cause giacenti. Così, a stretto giro, in New Mexico Meta è stata condannata a versare 375 milioni di dollari per una class action, essendo stata riconosciuta colpevole di avere ingannato gli adolescenti sulla protezione dallo sfruttamento sessuale.

L’aspetto più significativo della sentenza californiana riguarda la costruzione dell’impianto accusatorio, che non si è concentrato sui contenuti dei post o dei video pubblicati sulle piattaforme condannate, ma ha riguardato direttamente il loro design (thinking) e i modelli di progettazione delle applicazioni.

Nel novembre dello scorso anno, i giudici avevano infatti già respinto la richiesta di archiviazione proveniente dai legali delle corporation che invocavano il Communications Decency Act e il Primo emendamento della Costituzione per rigettare le loro responsabilità in materia di design delle interfacce e delle app.

E, anche per l’appunto in previsione dell’effetto-valanga delle prossime cause, i vertici aziendali (Mark Zuckerberg si era direttamente presentato in aula), pur premettendo il rispetto verso le corti, hanno espresso il loro netto dissenso nei riguardi degli esiti giudiziali. L’accusa ha prodotto, però, anche alcune note interne dei dirigenti di Meta e dello stesso «Zuck» nelle quali si menzionava l’obiettivo di sfruttare la vulnerabilità dei più giovani per tenerli connessi alle piattaforme.

In buona sostanza, gli algoritmi dell’engagement operano volutamente varie forme di manipolazione, e distribuiscono contenuti di pessima qualità o che vellicano i nostri lati peggiori e sollecitano i nostri punti deboli, un «salto di qualità» recente rispetto alla nascita dei social, che all’origine non perseguivano deliberatamente la finalità di indurre dipendenza. Invece, gli algoritmi di raccomandazione, la riduzione (o abolizione) dei filtri, il meccanismo di scorrimento senza fine, il sistema delle notifiche generano appositamente addiction negli utenti. E l’impressione - segnale della vitalità di un contropotere del costituzionalismo liberaldemocratico - è che neppure l’Amministrazione Trump possa mettere Big Tech al riparo da queste sentenze.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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