Per anni il Bind è stato soprattutto un esercizio di immaginazione: un acronimo che non si sapeva bene come pronunciare, una visione evocata ogni volta che si parlava di tecnologia. Fino a ieri, quando il Brescia innovation district ha fatto il primo passo che ogni progetto ambizioso è chiamato a compiere: scegliere chi dovrà «metterci la faccia». È questa, la prima pietra: non un cantiere, ma una governance. Prima la testa, poi i mattoni. Non è un caso che alla guida della costituenda Fondazione e del Cda ci sia Maria Chiara Carrozza, scienziata e fisica, già ministra dell’Istruzione e presidente del Cnr, uno dei nomi più autorevoli della ricerca internazionale.
Occhi sulla fine di luglio
È la scelta con cui la sindaca Laura Castelletti e l’assessore all’Innovazione tecnologica Andra Poli, insieme al dg Marco Baccaglioni, hanno spostato il progetto dal terreno delle intenzioni a quello della credibilità.
Accanto a Carrozza ci sarà una squadra che tiene insieme università, impresa e istituzioni: nel Consiglio di indirizzo strategico siedono Lorenzo Maternini (cofondatore di Talent Garden e nel Cda di Cassa depositi e prestiti, oltre che nel Comitato per l’Ai alla presidenza del Consiglio dei Ministri); Giovanni Bonati (consigliere al parlamento italiano ed europeo sulla transizione digitale); Eugenio Massetti (Confartigianato); Carlo Massoletti (Confcommercio); Laura Facchetti (avvocata e imprenditrice); Marialuisa Volta e Gianni Giglioli (Università degli Studi), Domenico Simeone (Università Cattolica); Mario Bonomi (Confindustria) e Pierluigi Cordua (Confapi).

Entro la fine di luglio Comune, Camera di commercio, Università degli Studi, Università Cattolica, Confindustria e Confapi costituiranno formalmente la Fondazione. Dopo il riconoscimento della Prefettura potrà iniziare l’attività.
«Quando siamo partiti gli scettici erano molti – ha ricordato subito la sindaca –. Ma Brescia ha dimostrato che quando una visione riesce a mettere insieme competenze e idee il risultato arriva». La direzione, ha aggiunto, è quella di una città che vuole «continuare a giocare una partita europea» puntando su innovazione, sostenibilità e transizione tecnologica. Anche l’assessore Poli rivendica il cambio di passo: «C’è stato un momento in cui chi cercava la cittadella dell’innovazione non la vedeva e chi la vedeva non la capiva. Abbiamo scelto di partire dalle persone, perché volevamo che fosse chiaro fin dall’inizio che questa Fondazione fa sul serio».
Obiettivo Comparto Milano
Il punto, però, è che il Bind non nasce nel vuoto. Nasce dentro una delle «incompiute» più note della città: per questo, dal punto di vista della struttura, più che di un progetto nuovo si può parlare di un progetto che cambia pelle. Il destino del Distretto si intreccia infatti con quello del Musil: in sostanza, i due poli saranno «coinquilini» di quello spicchio di Comparto Milano, dove sorgerà la «casa madre». Il percorso tracciato dal Comune è ormai definito: guardando al lato pratico, prima si procederà alla realizzazione del Museo dell’industria e del lavoro, poi a quella del Bind. Una sequenza tutt’altro che casuale: è il riassetto del Musil – possibile grazie ai quasi 13 milioni recuperati con l’escussione della fideiussione – a liberare gli spazi destinati alla cittadella.
Il progetto firmato oltre vent’anni fa dall’architetto tedesco Klaus Schuwerk resterà riconoscibile: l’iconica torre non si tocca e nemmeno l’impianto generale. Cambierà invece la distribuzione interna: circa quattromila metri quadrati saranno destinati al centro museale, gli altri ottomila al Bind. Due realtà autonome, ma pensate per dialogare a partire dalla grande hall condivisa. Il carteggio con Schuwerk è già avviato: sarà sempre la sua matita a disegnare il progetto esecutivo.
La sede provvisoria
Prima di arrivare lì, però, il Distretto avrà la sua sede provvisoria alla Camera di commercio: il debutto operativo sta nei laboratori dedicati all’intelligenza artificiale; le attività sull’economia circolare, invece, dovranno attendere. È ora che inizia la partita più delicata: per costruire il Bind serviranno fra i 25 e i 30 milioni di euro. L’idea è finanziare l’opera su tre gambe: fondi europei, capacità della Fondazione di attrarre investimenti e contributi di partner e sostenitori. L’obiettivo dichiarato è arrivare al 2028 con il piano economico chiuso e la progettazione pronta, lasciando alla prossima amministrazione il compito di aprire i cantieri.

Per anni al Bind sono stati contestati tre vuoti: non aveva una governance, non aveva una sede, non aveva un cronoprogramma. Il primo è stato colmato. Il secondo ha trovato una direzione. Sul terzo, da oggi in avanti, si misurerà davvero la tenuta del progetto. Perché la sfida (anche politica) non è più «immaginare» il Distretto o fornire al progetto un volto, ma dimostrare che può stare in piedi.
Per tutti, in fondo, il punto è lo stesso: la Fondazione nasce ora; la sua credibilità, invece, comincerà a misurarsi domani, quando dovrà dimostrare che l’innovazione può diventare un vantaggio competitivo per Brescia e non soltanto una parola da convegno.



