Cronaca

Omicidio di via Milano, la difesa: «Sanjeev non può essere il mandante»

I legali dell’imprenditore indicato dall’accusa come mandante della spedizione punitiva che provocò la morte di Ranjit Singh: «Solo il caposquadra parla di questo incarico, e in modo molto contraddittorio»
Paolo Bertoli

Paolo Bertoli

Giornalista

Il parcheggio di via Milano dove si è consumato l'omicidio - Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Il parcheggio di via Milano dove si è consumato l'omicidio - Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

Alle richieste di condanna per il presunto mandante e i presunti esecutori materiali del delitto di via Milano del 24 dicembre 2023 che sono state formulate dal pubblico ministero Carlotta Bernardini, 172 anni complessivi di carcere, hanno iniziato a rispondere, nelle loro discussioni, gli avvocati degli imputato.

I primi a prendere la parola sono stati Gianbattista Scalvi e Paolo Inverardi che difendono l’imprenditore Sanjeev Kumar, indicato dall’accusa come colui che avrebbe ordinato la spedizione punitiva come ritorsione per l’incendio doloso che la vittima, il 51enne indiano Ranjit Singh, avrebbe appiccato ad alcuni suoi veicoli una settimana prima dei fatti.

La tesi

Una ricostruzione che l’imprenditore ha respinto nettamente fin dai primi interrogatori cui era stato sottoposto in carcere e anche quando aveva deposto in aula nel corso del processo. Martedì pomeriggio i suoi avvocati hanno ribadito che «non può essere il mandante perché solo Sharma Suraj (il caposquadra che ha guidato la spedizione, ndr) parla di questo incarico e in modo molto contraddittorio, mentre gli altri imputati che hanno partecipato alla spedizione non ne sono a conoscenza».

Il movente

Per la difesa poi neppure il movente regge: «Ranjit indica macchine diverse da quelle bruciate, dimostrando di non essere stato lui l’autore del fatto. L’imprenditore quindi aveva ragione nell’avere sempre dubitato della responsabilità di Ranjit e di interessarsi del solo risarcimento del danno da parte dell’assicurazione».

Secondo la difesa inoltre, il pestaggio non può essere legato all’incendio perché «Suraj e Arshdeep cercavano Ranjit “per dargli una lezione” da settimane prima, ed entrambi avevano ragioni proprie per aggredirlo. L’auto utilizzata per l’azione delittuosa aveva un gps montato dall’imprenditore che ha collaborato nelle indagini fornendo il tracciato degli spostamenti: è un po’ strano pensare che uno mandi un proprio dipendente a far del male ad una persona facendogli usare la propria auto sulla quale oltretutto c’è montato un gps. Le indagini si sono appiattite sulla teoria della vendetta trascurando di individuare i reali motivi della spedizione».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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