Da quattro anni, con le missioni Artemis, la Nasa si sta preparando a riportare l’uomo sulla Luna. Una presenza che punta ad essere più stabile e sostenibile rispetto a quanto prevedevano le missioni Apollo degli anni Sessanta e Settanta, nelle quali il proposito era essenzialmente quello di far camminare gli astronauti sulla superficie lunare, con una permanenza molto limitata.
Tra i quattro membri dell’equipaggio di Artemis III ci sarà anche l’italiano Luca Parmitano, in veste di pilota. Affiancherà il comandante Randy Bresnik, insieme agli specialisti Frank Rubio e Andre Douglas. Bob Hines, invece, sarà il primo sostituto.
L’obiettivo di Artemis III
La prima missione Artemis con astronauti a bordo della capsula Orion è stata quella più recente, la seconda, durata una decina di giorni e svoltasi nell’aprile di quest’anno. L’equipaggio ha viaggiato in orbita attorno alla Luna, superando i test previsti per questa fase. Nella prima, datata 2022, erano stati messi alla prova lancio, navigazione, comunicazioni e soprattutto rientro atmosferico e scudo termico, senza nessuno a bordo.
Ora è previsto un passo in più. Artemis III non sarà la missione dello sbarco, com’era previsto inizialmente. Parmitano non toccherà il suolo lunare: se non ci saranno inconvenienti, questo privilegio sarà riservato all’equipaggio di Artemis IV, in calendario non prima del 2028. L’astronauta italiano testerà i sistemi che serviranno a riportare l’uomo sulla Luna: una missione di collaudo, dunque, organizzata per verificare che l’intera infrastruttura sia sicura e affidabile.
Chi è Luca Parmitano

«La mia base di lancio è stata il mio Paese, l’Italia, che mi ha dato l’istruzione necessaria per arrivare a questa missione. L’Esa è stata la torre di lancio, che mi ha permesso di costruire relazioni e di esprimere tutto il mio potenziale. La Nasa è stata il razzo», ha detto emozionato Parmitano dopo l’annuncio.
Cinquant’anni a settembre, siciliano, venne selezionato nel 2009 dall’Agenzia Spaziale Europea dopo una lunga carriera nell’Aeronautica Militare. Medaglia d’argento al valore aeronautico per aver fatto atterrare in sicurezza un caccia dopo una collisione con una cicogna, nel 2013 fu il primo italiano ad assumere il comando della Stazione spaziale internazionale, anni dopo aver rischiato la vita nello spazio per un accumulo di acqua nel casco.
I criteri per diventare astronauti

L’agenzia spaziale europea è l’Esa, che si occupa di selezionare e addestrare i suoi astronauti. Vi fa parte, appunto, anche Parmitano. Il solo reclutamento è particolarmente rigido e dura all’incirca diciotto mesi: nel 2022 la bresciana Anthea Comellini, che ha da poco completato l’addestramento, fu precettata insieme ad altri sedici candidati. Erano partiti in 22.500.
Ci sono alcuni requisiti obbligatori per partecipare alla selezione: occorre essere laureati in Scienze Naturali, Ingegneria o Medicina, e preferibilmente – si legge sul sito dell’Esa – «avere un’esperienza lavorativa nel relativo campo oppure un’esperienza di volo attivo, in entrambi i casi di almeno tre anni». Bisogna conoscere l’inglese, parlare altre lingue è considerato un punto a favore. La seconda, a bordo dell’Iss, è il russo: chi non lo parla deve studiarlo durante l’addestramento.
L’Esa elenca pure una serie di requisiti fisici: non presentare alcun tipo di malattia, ad esempio, o non essere dipendenti da droghe, tabacco e alcol, non portare lenti a contatto o occhiali da vista. È importante essere in buona forma fisica, ma non è raccomandato alcuno sport in particolare: una muscolatura eccessivamente sviluppata, precisa infatti l’Agenzia europea, potrebbe risultare svantaggiosa per gli astronauti in assenza di peso.
L’addestramento
La fascia d’età di riferimento è compresa tra i 27 e i 37 anni. Averne meno o di più non comporta l’esclusione automatica, ma sulla carta è uno svantaggio. Oltre alla scrematura iniziale, vengono effettuati test medici, test psicologici e colloqui. I pochi che superano questa prima e durissima fase accedono all’addestramento, che si svolge al Centro astronauti europei (Eac) di Colonia e si articola in tre fasi.

La prima dura un anno, ed è dedicata allo studio dei principi base di ingegneria spaziale, ingegneria elettrica e varie discipline scientifiche, dei maggiori sistemi della Stazione spaziale internazionale e dei sistemi di trasporto. Si passa poi all’addestramento avanzato, che dura un altro anno e approfondisce le conoscenze necessarie a effettuare un volo verso la Iss. Nell’ultima fase, detta «addestramento specifico di incremento», queste competenze vengono affinate e applicate a una missione specifica.
La parte pratica prevede immersioni subacquee, prove di sopravvivenza in ambienti che presentano condizioni ostili (come un freddo particolarmente rigido, per prepararsi a eventuali atterraggi in luoghi remoti), simulazioni di avvicinamento e attracco.
Cosa succede dopo

Terminato l’addestramento si diventa idonei a una missione, ma non si parte immediatamente per lo spazio. Da quel momento inizia l’attesa di un’assegnazione. Di fatto, ci si continua a preparare: è l’attività che impegna la maggior parte del tempo nella carriera di un astronauta. Quando si viene assegnati a una missione, come nel caso di Parmitano, ci si dedica a un addestramento ancora più minuzioso. Quello per Artemis III durerà all’incirca un anno.
Anthea Comellini ha 32 anni, è originaria di Chiari e ha da poco completato l’addestramento. Pure lei sogna di partecipare, in futuro, a una missione importante come Artemis III: «Far parte della riserva di astronauti dell’Esa è un’opportunità straordinaria – dice –. L’addestramento è intenso ma molto gratificante: non solo permette di sviluppare competenze per il volo spaziale, ma ci spinge anche a crescere a livello personale». Chissà che un giorno non possa esserci anche un po’ di Brescia sulla Luna.




