Cronaca

Collio, incinta a 10 anni: la mamma testimone al processo

Sarà sentita nel corso del processo di appello contro il 29enne profugo bengalese condannato in primo grado a 5 anni per atti sessuali con minori
Pierpaolo Prati

Pierpaolo Prati

Giornalista

L’albergo che ospitava il centro di accoglienza a Collio - © www.giornaledibrescia.it
L’albergo che ospitava il centro di accoglienza a Collio - © www.giornaledibrescia.it

Assolto dall’accusa di violenza sessuale, condannato per atti sessuali con minori. Ed ora di nuovo a processo. Contro la sua condanna a cinque anni di carcere, per aver avuto un rapporto sessuale con una bambina di dieci (ed averla messa incinta) all’interno del centro di accoglienza profughi di Collio, la procura ha ottenuto il processo d’appello.

Il secondo grado è iniziato ieri, ma è stato aggiornato subito al 21 di dicembre. I giudici della Corte hanno applicato la norma che impone, in caso di ricorso della pubblica accusa contro il proscioglimento di un imputato, la rinnovazione dell’esame dei testimoni sentiti nel processo abbreviato di primo grado. In aula quindi compariranno la responsabile dell’hub ospitato dall’albergo Il Cacciatore e l’agente della questura che analizzò il telefono sequestrato all’imputato nel settembre del 2024, subito dopo la denuncia e il suo arresto.

In tribunale

Non solo. I giudici hanno deciso anche di disporre l’esame della mamma della bambina. Nel corso delle indagini il 29enne, difeso dall’avvocato Davide Scaroni, ammise il rapporto con la ragazzina, disse che la riteneva più grande dei suoi dieci anni e di aver provato per lei sentimenti autentici, al punto di averne parlato alla madre e di averle sostanzialmente chiesto la sua mano. Nel racconto della donna vi sono delle incongruenze che devono essere chiarite prima di giungere ad una sentenza.

Agli agenti della Squadra Mobile la mamma disse di aver visto la bambina triste nei giorni in cui si verificarono i rapporti e di aver saputo dalla figlia che lo era proprio a causa di quei fatti, subiti contro la sua volontà. Il 29enne bengalese, invece, sostenne che la donna sapesse delle sue intenzioni, che lo avesse addirittura rassicurato circa la differenza d’età, minimizzando sulle eventuali implicazioni. In assenza di prove in grado di dimostrare forme di costrizione o di violenza, il gup ha premiato la sua versione e riformulato l’accusa contestata dal pm.

Per i giudici di appello ora è più che mai rilevante sentire in aula la donna per stabilire se sua figlia abbia subito un abuso contro la sua volontà, come ritiene l’accusa che ha chiesto la riformulazione della sentenza, o se quella cosa infinitamente più grande di lei sia successa senza alcuna violenza. Una differenza sostanziale, anche in termini di pena. 

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