Cronaca

Rimase incinta a soli dieci anni, secondo il gip non ci fu violenza

Le motivazioni della sentenza con la quale il 29enne bengalese è stato condannato a 5 anni per i rapporti al centro profughi di Collio
Pierpaolo Prati

Pierpaolo Prati

Giornalista

I fatti si sono svolti nell’ex albergo di Collio usato per l’accoglienza dei migranti
I fatti si sono svolti nell’ex albergo di Collio usato per l’accoglienza dei migranti

C’è prova del rapporto sessuale. Non della coercizione, né fisica, né psicologica. C’è quanto basta per condannarlo a cinque anni per atti sessuali con minorenni, ma non quanto è necessario per alzare il tiro e punirlo ad una pena decisamente più pesante per violenza sessuale. È questo il concentrato del ragionamento che ha portato il giudice dell’udienza preliminare Valeria Rey a riqualificare il reato contestato al 29enne di origini bengalesi che nel settembre del 2024 ebbe rapporti sessuali con una bambina di dieci all’interno del centro di accoglienza profughi di Collio, provocando la sua gravidanza.

Riscontri e dubbi

Nelle due dozzine abbondanti di pagine con le quali motiva la sua decisione, il gup analizza i racconti della giovanissima vittima, di sua madre, della loro compagna di stanza, della titolare del centro realizzato nell’albergo «Il Cacciatore» e anche dell’imputato. La bambina, ritenuta in grado di testimoniare, disse di essere stata presa con la forza, costretta a subire la violenza e minacciata di morte in caso avesse rivelato gli abusi. Parlò di due episodi. Li collocò in due stanze diverse del centro. Sua madre raccontò di averla vista triste in quei giorni e di aver saputo da lei che lo era proprio a causa di quanto le aveva fatto l’imputato.

Le indagini, sottolinea il giudice, però non hanno fornito riscontri alla loro dichiarazioni e nemmeno colmato le incongruenze emerse nei loro racconti. Le telecamere di videosorveglianza non hanno registrato scene di violenza e nemmeno della coercizione richiesta dall’ipotesi di reato inizialmente contestata al 29enne. Il telefono della bambina, sul quale a suo dire si sarebbe avuta prova delle rimostranze dell’uomo a fronte dei suoi rifiuti, fu spedito a casa, in Centrafrica, prima che potesse essere analizzato dagli uomini della Mobile.

Mentre su quello dell’imputato, dal quale non emersero cancellature, gli inquirenti ricavarono indicazioni di segno opposto: due foto che lo ritraevano abbracciato alla bambina, in atteggiamento disteso. Che i luoghi descritti dalla vittima non corrispondessero alla realtà e che all’interno della struttura il clima non fosse teso invece risulta dalle dichiarazioni di chi gestiva il centro. Sentita a sommarie informazioni la titolare della struttura disse di aver visto tutti i giorni la bambina e che le fosse parsa serena fino alla scoperta della gravidanza.

L’accusato

L’imputato dal canto suo ammise i rapporti, ma escluse ogni forma di violenza. Il 29enne bengalese – argomenta il giudice – disse di aver pensato che la ragazza avesse più anni dei suoi dieci, di aver provato sentimenti autentici nei suoi confronti e di essere stato ricambiato. Di esserlo stato al punto di aver parlato, prima dei rapporti, di un possibile matrimonio con lei a sua madre e di aver ricevuto dalla donna rassicurazioni circa il fatto che l’età non sarebbe stato un problema, come non lo era stato per lei, sposa alla stessa età della figlia.

A fronte di questi elementi il gup ha ritenuto non riscontrato il racconto della vittima e di sua madre, e non smentito quello dell’imputato. Mancano, per il giudice, gli elementi costitutivi del reato di violenza sessuale. Evidentissimi restano quelli degli atti sessuale con minorenne.

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