Opinioni

Collio, il dovere di protezione e il valore delle parole

Il rispetto del linguaggio giuridico non impedisce il diritto di chiamare le cose con il proprio nome
L'albergo di Collio che ospitava il centro migranti - © www.giornaledibrescia.it
L'albergo di Collio che ospitava il centro migranti - © www.giornaledibrescia.it
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Raccontare notizie è il nostro mestiere, ma ci sono notizie in cui il mestiere non basta e raccontarle interroga gli esseri umani che siamo, le parole che usiamo, il servizio che alla nostra comunità rendiamo.

La condanna a cinque anni per «atti sessuali con minori» e non per «violenza» è una di queste. Lo era già in origine, quando la vicenda è emersa in tutta la sua brutalità; lo è tuttora, per una sentenza che ha fatto clamore e suscitato una ridda di reazioni, com’è naturale che sia, d’altronde, anche al netto di coloro che ci si sono gettati a capofitto, pigiando i tasti della propria opportunità politica e di una propaganda a doppia direzione.

Da parte nostra, indossando nessuna casacca e con la lealtà di chi si guarda allo specchio senza infingimenti, condividiamo due pensieri. Il primo riguarda la definizione di una bussola, dell’unica stella polare che brilla, quando si tratta di minori: la loro protezione. In nessun caso esiste possibilità di relativismo, di contestualizzazione storica, di comprensione culturale, di attenuanti generiche o specifiche. Una bambina di dieci anni va soltanto protetta. Sempre.

Non facendo sconti sulle sentenze, è vero, ma prima ancora – ci viene da aggiungere, evitando ipocrisie – garantendo che l’accoglienza offerta sia degna, non limitata allo smistamento burocratico e all’ammassamento in luoghi dove occhio non vede e cuore non duole (un minimo di scrupolo dovrebbe affiorare in chi oggi grida allo scandalo, mentre sul problema più generale tiene tuttora lo sguardo girato dall’altra parte).

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Collio, le reazioni alla condanna

La seconda considerazione attiene invece i termini. Rispettiamo quelli giuridici, formalizzati dai codici, ma parimenti rivendichiamo il valore delle parole nel linguaggio comune. Se per i magistrati il reato non è quello di «violenza sessuale», bensì di «atti sessuali con minori», ne prendiamo atto, attendendo le motivazioni per comprenderne meglio e poi commentare sfumature e ragioni.

Al di là delle argomentazioni in punta di diritto c’è tuttavia un sentire collettivo che attiene all’essenza di ciò che siamo e che non conosce sfumature: il rapporto di un adulto con una bimba di dieci anni è una violenza, sempre.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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