Collio, i Centri antiviolenza: «Una bimba non può esprimere consenso»

La presa di posizione dei Centri bresciani: «A prescindere dalle motivazioni della sentenza, non è mai accettabile attribuire responsabilità a un soggetto che non può averne»
L'albergo di Collio che ospitava il centro migranti
L'albergo di Collio che ospitava il centro migranti
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Continua a far discutere la condanna a cinque anni di un ventinovenne accusato di aver abusato di una bambina di dieci anni, rimasta incinta, dopo la derubricazione del reato in «atti sessuali con minorenne». I fatti erano accaduti all’interno di un ex albergo di San Colombano di Collio, in Valtrompia, che in quel periodo era adibito a cento di accoglienza per richiedenti asilo.

Pubblichiamo integralmente la presa di posizione dei Centri antiviolenza delle reti della provincia di Brescia.

«Per quanto si tratti di un tema complesso e in attesa delle motivazioni della sentenza, come Centri antiviolenza delle Reti della provincia di Brescia riteniamo doveroso affermare che una decisione che qualifica una violenza sessuale ai danni di una bambina di dieci anni – con le conseguenze gravissime di una gravidanza – come atti sessuali con minorenne è quantomeno discutibile e profondamente problematica.

Il dibattito sulla violenza subita dalla bambina, e sulla gravidanza che ne è derivata, tocca nodi delicati per la nostra società e per il tempo storico che attraversiamo, poiché coinvolge persone di origine non italiana e richiama il tema delle differenze culturali. Tuttavia, riconoscere la diversità come valore e come arricchimento non può e non deve mai significare derogare ai diritti fondamentali, alla dignità, alla sicurezza e alla tutela delle persone, a partire da quelle più vulnerabili.

Se una violenza di questa natura avesse riguardato una bambina italiana, non vi sarebbe stato alcun dubbio nella definizione unanime dell’atto come violenza sessuale. Il rischio di essere accusate di razzismo porta talvolta al silenzio o alla sospensione del giudizio; ma come operatrici dei Centri antiviolenza affermiamo con forza che il silenzio, in questi casi, è la forma più pericolosa di discriminazione, perché lascia sole le vittime e legittima la violenza.

La difesa di una bambina di dieci anni, della sua dignità, della sua salute, della sua vita e della sua sicurezza deve venire prima di qualsiasi timore di attacco o strumentalizzazione. Non può e non deve passare sulla pelle di una bambina, l’esercizio del potere sul corpo, la dipendenza, lo squilibrio di valore, la fragilità dell’età e della condizione rispetto a un adulto.

È necessario riportare il dibattito su un piano che precede e supera qualsiasi valutazione culturale o interpretativa: i diritti delle bambine da qualunque posto del mondo provengano e in qualunque posto del mondo si trovino come sancito dalla Convenzione dell’Onu per i diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

Una bambina di dieci anni ha diritto alla salute fisica e psichica, al rispetto, alla protezione da ogni forma di violenza e sfruttamento. Una gravidanza in età infantile rappresenta una violazione gravissima di questi diritti, con conseguenze potenzialmente irreversibili sul corpo e sulla psiche.

Parlare di consenso in questo contesto significa negare l’evidenza di uno squilibrio assoluto di potere, di età, di maturità e di libertà. Una bambina di dieci anni, indipendentemente dalla cultura di provenienza, non può esprimere consenso nei confronti di un adulto. Spostare, anche solo implicitamente, l’asse della responsabilità su di lei costituisce una forma di violenza istituzionale e di rivittimizzazione.

A prescindere dalle motivazioni della sentenza, come Centri antiviolenza ribadiamo che non è mai accettabile attribuire responsabilità a un soggetto che, per definizione, non può averne. Una società civile ha il dovere di chiamare la violenza con il suo nome e di impegnarsi nella prevenzione, nella tutela delle vittime e nella rimozione di tutte le condizioni che rendono possibile la violenza e la successiva rivittimizzazione, a partire dalle istituzioni».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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