Ogni stagione ha i suoi uccelli: gli scriccioli d’inverno, le rondini a primavera. E quando inizia a far caldo, la notte è dell’assiolo (un minuscolo gufettino, detto ciót) e dell’usignolo. Preoccupano alcune segnalazioni, secondo le quali, in molte zone della Bassa, di notte si sente solo il ciót. Niente usignoli: spariti, o quasi. Là dove prima era tutto un coro di gorgheggi, ora solo qualche solista.
Gabriele Romanenghi, della Lipu (La Lega italiana protezione uccelli), dice che, a livello provinciale, la popolazione degli usignoli ha registrato un decremento del 15% rispetto agli anni Ottanta del secolo scorso. Niente di significativo, insomma. Sono invece «in grave stato di conservazione» l’averla piccola, l’allodola, il saltimpalo e lo strillozzo.
L’ambiente
Le segnalazioni ricevute potrebbero trovare un senso grazie alle parole dell’ornitologo Mario Caffi, secondo il quale la presenza di questi uccellini è legata all’habitat: se cambia, e non è più di loro gradimento, fanno fagotto e vanno a cantare altrove. Guarda caso, nella Bassa stanno scomparendo siepi, rovi e boschetti cedui: suites reali per gli usignoli. I quali, lo ricordiamo, cantano soprattutto di notte. Consuetudine legata alle migrazioni: in autunno questi mucchietti di piume (20 grammi in tutto) svernano nell’Africa subsahariana; tornano in primavera per riprodursi.
I primi ad arrivare sono i maschi. Preso possesso di un albero, accolgono con entusiasmo e trepidazione le femmine, che viaggiano di notte: all’imbrunire si posano su un ramo e gorgheggiano per attirare l’attenzione delle signore appena arrivate. Con i loro melismi è come se dicessero: «Oh, belle, sentite che voce... Sono er mejo: mettetevi con me». Le femmine ascoltano: se l’esibizione è di loro gradimento si fermano, sennò passano oltre.

Letteratura
Ci stiamo perdendo qualcosa di bello, fonte di ispirazione di tanti poeti, ammaliati da questo pennuto che si sente ma non si vede: praticamente una voce senza corpo, simbolo di perfezione. Dante («Come l’usignolo fa dolci note»), Petrarca («Quel rosignol, che sì soave piagne», Leopardi («Il vago augelletto»), John Keats («Thou wast not born for death»)… Su tutti Shakespeare, che sublima l’incanto in una delicata scena d’amore, forse la più bella di tutti i tempi.
Dopo l’unica notte passata insieme, quando il canto dell’allodola annuncia l’alba e Romeo è costretto a fuggire per non essere ucciso dai parenti di Giulietta, lei cerca di trattenerlo: «Ancora lontano è il giorno: non era l’allodola, era l’usignolo che trafisse il tuo orecchio timoroso. Canta ogni notte laggiù dal melograno. Credimi, amore, era l’usignolo».
Per carenza di protagonisti, oggi Shakespeare sarebbe costretto a scrivere «Credimi, amore, era il ciót». Niente di personale col povero gufettino, ma è tutta un’altra cosa. Anche no. Quanto alle allodole, che un tempo trillavano nei cieli della Bassa, sparite pure loro insieme con l’averla, il saltimpalo e lo strillozzo. Tiene duro il ciót, ma pare che non se la passi tanto bene neanche lui.


