Cronaca

San Camillo, «sedi complementari tra cure specialistiche e riabilitazione»

A dichiararlo è Marcellino Valerio, direttore di Fondazione Poliambulanza, che da martedì primo settembre accoglierà nella propria orbita la Casa di cura
La storica Casa di cura acquisita da Poliambulanza
La storica Casa di cura acquisita da Poliambulanza

Per Fondazione Poliambulanza si apre un nuovo capitolo. Da martedì primo settembre la Casa di cura San Camillo entrerà nella sua orbita, portando con sé lavoratori, posti letto, nuovi spazi e nuove possibilità nel cuore della città. Un’operazione che arriva mentre Poliambulanza ha già diverse operazioni aperte, dalla torre di via Bissolati fino alla Cittadella della Salute di Rivoltella. Ma cosa diventerà davvero il San Camillo? E quali saranno gli equilibri tra le due strutture? A tracciare la rotta è il direttore generale Marcellino Valerio.

Direttore Valerio, perché Fondazione Poliambulanza ha ritenuto strategica l’acquisizione del San Camillo? Quali opportunità offre questa operazione?

«La scelta nasce per due ragioni, una di responsabilità e una di prospettiva, che per noi coincidono. La prima è custodire una realtà storica della sanità cattolica bresciana e garantirle una prospettiva sostenibile. La San Camillo opera a Brescia dal 1937 e in via Turati dal 1955; Poliambulanza condivide la stessa matrice non profit e la stessa centralità della persona nella cura. Il passaggio non va quindi letto come una semplice espansione, ma come la volontà di non disperdere un patrimonio professionale, sanitario e umano».

«La seconda è la prospettiva sanitaria. Oggi Poliambulanza è fortemente strutturata per emergenza, alta specializzazione, cardiovascolare, oncologia e chirurgia complessa, mentre la San Camillo dispone di competenze importanti nella medicina programmata e nella riabilitazione. Mettere queste capacità in rete può consentire di utilizzare per ogni paziente il setting più appropriato e di rafforzare la continuità tra ospedale, riabilitazione e territorio. La configurazione definitiva sarà naturalmente costruita all’interno della programmazione con Ats e Regione».

Anni fa la Poliambulanza acquisì anche il Sant’Orsola. In quel caso si trattò di una cessione di ramo d’azienda. In cosa si differenzia l’operazione San Camillo?

«Il precedente del Sant’Orsola è utile, ma il contesto di oggi è molto diverso. L’operazione San Camillo avviene mentre Poliambulanza è diventata un ospedale con una forte componente di emergenza e alta specializzazione: solo nel 2025 il Pronto soccorso ha gestito 87mila accessi, accanto a un’attività rilevante in chirurgia cardiovascolare, oncologica e ortopedica. Con la San Camillo il tema non è quindi semplicemente trasferire attività da una sede all’altra. L’obiettivo è disegnare due presidi complementari: concentrare dove necessario le attività che richiedono tecnologie, terapia intensiva e supporto multidisciplinare immediato, e valorizzare al tempo stesso le competenze della sede di via Turati nei percorsi programmati, riabilitativi e, in prospettiva, di continuità territoriale. Ogni modifica strutturale dovrà essere condivisa con le istituzioni sanitarie competenti».

Il San Camillo conta un centinaio di dipendenti, ai quali si aggiungono i liberi professionisti. Quale sarà il loro futuro? Saranno tutti confermati?

«La tutela delle persone è stata fin dall’inizio uno dei presupposti dell’operazione. Il percorso è passato attraverso il confronto con le organizzazioni sindacali e l’obiettivo è assicurare continuità occupazionale, valorizzando competenze ed esperienza costruite negli anni alla San Camillo. Non vogliamo soltanto integrare attività: vogliamo conoscere e valorizzare le professionalità che le rendono possibili. Per i libero-professionisti la situazione è necessariamente diversa, perché si tratta di rapporti autonomi e non di lavoro subordinato. Le singole collaborazioni saranno quindi valutate in relazione alla futura organizzazione dei servizi, alla continuità dei percorsi clinici e agli standard professionali della Fondazione».

Fondazione Poliambulanza - Foto © www.giornaledibrescia.it
Fondazione Poliambulanza - Foto © www.giornaledibrescia.it

Che cosa accadrà invece alle suore che vivono nella struttura di via Turati?

«Secondo il percorso definito, la comunità religiosa non è destinata a permanere stabilmente nella struttura di via Turati. Questo, però, non significa interrompere il legame con la storia delle Figlie di San Camillo. Al contrario, uno degli impegni dell’operazione è custodire il loro patrimonio umano e spirituale nel modo di assistere il malato, con attenzione particolare alla persona e alla fragilità».

Nell’immediato, come cambierà l’offerta della San Camillo? Quali attività resteranno in via Turati e quali saranno trasferite in Poliambulanza?

«Il principio dell’immediato è la continuità, non lo stravolgimento. La priorità è evitare discontinuità per pazienti e professionisti mentre si completa il percorso amministrativo e si definisce con Ats l’assetto futuro. Successivamente valuteremo le attività una per una sulla base di criteri sanitari: complessità del paziente, sicurezza, necessità di terapia intensiva e diagnostica, tecnologie disponibili e continuità riabilitativa. Poliambulanza dispone di Pronto soccorso e delle funzioni tipiche dell’alta intensità ospedaliera; San Camillo dispone oggi di importanti attività programmate e riabilitative. Sarebbe quindi prematuro annunciare oggi un elenco definitivo di reparti che resteranno o si trasferiranno: sarà il risultato di un percorso graduale condiviso con le istituzioni».

Quale sarà il rapporto tra le due strutture? La San Camillo manterrà identità e autonomia oppure sarà progressivamente integrata in Poliambulanza?

«La direzione è quella di una progressiva integrazione organizzativa e clinica, pur preservando la storia e la riconoscibilità della San Camillo. Non stiamo costruendo due sistemi paralleli: l’obiettivo è arrivare a percorsi sempre più omogenei per qualità, sicurezza e presa in carico del paziente. Integrazione, per noi, non significa cancellazione dell’identità. Significa far sì che la tradizione professionale e assistenziale del San Camillo possa continuare all’interno di un sistema più ampio, con standard comuni e una maggiore capacità di indirizzare ciascun paziente nel luogo di cura più appropriato».

Guardando più avanti, quale futuro immaginate per la San Camillo?

«Il futuro che immaginiamo parte da un principio: via Turati deve continuare a essere una risorsa sanitaria per la città. L’operazione è interessante proprio perché consente di ragionare non soltanto sulla somma dei reparti esistenti, ma sulla continuità complessiva del percorso del paziente. Da una parte le competenze specialistiche maturate alla San Camillo possono continuare e integrarsi con le capacità di un ospedale più attrezzato per emergenza e alta complessità; dall’altra la forte esperienza riabilitativa già presente in via Turati offre una base concreta per rafforzare il passaggio dalla fase ospedaliera al recupero e al ritorno sul territorio. Stiamo quindi ragionando, insieme alle istituzioni competenti, su una prospettiva di polo sanitario e sociosanitario più orientato alla continuità: servizi ambulatoriali, prelievi, riabilitazione e altre attività territoriali. Ma il dettaglio delle funzioni, dei posti letto e dei tempi non è ancora qualcosa che possiamo anticipare unilateralmente. Deve inserirsi nella programmazione di Ats e Regione».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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