Quanto di buono fatto durante il Covid potrebbe servirci ancora

Quando a mezzogiorno, ieri, le campane di tutta la Lombardia hanno suonato a lutto, il primo pensiero di molti è andato a papa Francesco... Ma non avevano detto che stava meglio? Solo dopo qualche istante ci si è ricordati (almeno chi domenica è andato a Messa) che lo scampanio mesto era il segnale voluto dai vescovi lombardi per la Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid. La distanza fra i rintocchi cupi, di dolore, e la nostra reazione è la più palese dimostrazione che nella memoria collettiva i cinque anni che ci separano da quei tragici mesi sono assai più distanti dei 1860 giorni trascorsi.
Stanotte hanno bombardato Gaza. Ieri Trump e Putin si sono telefonati per trattare sull’Ucraina, dove intanto, da tre anni, continuano a cadere bombe. Nel Mar Rosso gli Houthi yemeniti hanno preparato l’ennesimo agguato alle navi di passaggio. Dalla Siria sono partiti missili verso il Libano. Nel cuore dell’Africa si è consumata un’altra strage che nessun giornale occidentale registrerà. Il Parlamento italiano ricama su aggettivi e avverbi a proposito di riarmo e difesa europei, mentre Parigi e Londra sfoderano le loro testate nucleari. I treni anche ieri erano in ritardo. Torna il freddo e le bollette sono alle stelle. E i dazi? Avranno effetti anche nelle nostre tasche? Queste preoccupazioni, in genere, occupano oggi i nostri pensieri. Il Covid è storia passata, l'abbiamo rinchiuso in una bolla e ce lo siamo lasciato alle spalle. O almeno così sembra.
Eppure il suono cupo delle campane lombarde, dopo l’attimo di sorpresa, ha suscitato in ognuno di noi un sentimento diverso. Perché la pandemia ha accerchiato tutti allo stesso modo ma ha colpito ognuno a modo suo. Molti se la sono cavata con paure, clausure e limitazioni. Molti hanno patito sulla propria pelle gli effetti del virus. Lutti hanno travolto famiglie e affetti. Più di due anni è durata, con tutte le sue fasi successive. E ha lasciato impronte indelebili, nonostante la tendenza alla rimozione sistematica. Per la Giornata nazionale che ricorda le vittime della pandemia è stata scelta la notte buia dei camion militari che portarono via le salme dagli ospedali di Bergamo verso i forni crematori. Pochi istanti ripresi da un telefonino, destinati ad entrare nella storia. Eppure anche quelle immagini, oggi più di ieri, sono guardate con insofferenza da non pochi. Secondo i negazionisti che imperversano sui social sarebbero addirittura l’emblema del grande complotto, in una narrazione folle, che però trova eco persino nella Commissione parlamentare d’inchiesta. Innanzitutto quei momenti di terrore e sgomento andrebbero ricordati con fermezza: le bare e i camion nella notte attonita e gelida.
Brescia e i bresciani ieri hanno voluto rendere giustizia a chi abbiamo trascurato, passati i giorni della paura: i medici, gli infermieri, i volontari, la protezione civile, le forze dell'ordine, gli operatori sociali... Sono stati i testimoni di una reazione solidale e corale, coraggiosa e generosa. Questo dovremmo continuare a ricordare. E magari, dalla memoria trovare lo slancio di un rinnovato impegno, per vincere la stanchezza che sembra aver prevalso dopo la grande tribolazione. Persiste la memoria di una generosità diffusa e condivisa. Tutti abbiamo fatto quel che abbiamo potuto, talvolta mostrando una disponibilità che ha sorpreso persino noi stessi. Abbiamo trovato momenti di unità insospettata. Di reciproca fiducia. La grande operazione di «aiutiAMObrescia», lanciata dall’Editoriale bresciana, è andata ben oltre la consistente raccolta di fondi. È un'altra delle eredità di quei giorni che dovremmo custodire nel suo spirito fondante.

Più articolate e complesse sono invece le conseguenze sul versante della medicina e dell'assistenza. La produzione rapida e salvifica dei vaccini, attesi e invocati in quei primi giorni, è stata successivamente e più volte ribaltata in una sorta di sfiducia, se non di ostilità conclamata riguardo alla ricerca scientifica e farmaceutica. Anche questa è una ricaduta pesante del Covid: i vaccini ci hanno salvato la vita e ora li guardiamo con sospetto e timore. La politica strizza l’occhio ai no-vax e tira per le lunghe l’adozione del piano anti-pandemia. Mentre faticosa è la prospettiva di un’assistenza sanitaria territoriale, rivelatasi gracile fin dai primi giorni della pandemia, e che ancora non si riesce a strutturare con convinzione.
Le Case di comunità solo ora stanno sorgendo e non si sa come potranno reggere, viste le limitate risorse di personale medico e infermieristico. Nel frattempo l’intero sistema sanitario è in affanno a rispondere alle richieste crescenti d’una popolazione che invecchia. Alla domanda se saremo preparati di fronte ad una nuova pandemia, la risposta è incerta, a voler essere ottimisti. La Giornata del ricordo, accanto al cordoglio e alla riconoscenza, dovrebbe infine spingerci a raccogliere, dal sacco profondo delle cose rimosse, anche quel che di buono abbiamo fatto. E non è poco. Con l'aria che tira, potrebbe servirci ancora.
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