Opinioni

Guerra in Iran, le ragioni dell’Europa divisa

Su questa guerra che pare già fuori controllo e che probabilmente non ha raggiunto ancora la sua acme i Ventisette non possono che muoversi in ordine sparso
Le conseguenze dei bombardamenti israeliani e americani a Teheran - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Le conseguenze dei bombardamenti israeliani e americani a Teheran - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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In tempi di guerra ci si interroga sul ruolo dell’Ue nella politica internazionale. In particolare, di fronte a questa nuova guerra regionale che sta interessando l’intero Medio Oriente da più parti si leva l’interrogativo lecito, e spesso critico, sul perché l’Ue non agisca in maniera congiunta. La domanda si trasforma facilmente in una critica accorata sull’insignificanza dei Ventisette di fronte a momenti drammatici come il nuovo conflitto scaturito dall’attacco di Usa e Israele contro l’Iran.

Differenze

La prima considerazione è che lo scenario iraniano ricorda quello iracheno del 2003: l’azione militare non ha una legittimità internazionale e poggia sul pretesto della guerra preventiva (peraltro mentre erano in corso negoziati tra le parti). Tutti gli Stati occidentali hanno sottolineato a più riprese l’efferatezza del regime iraniano, così come il suo ruolo perturbatore nell’area attraverso le sue azioni dirette o quelle dei suoi proxies. Ma poi sulla condotta da tenere in questa fase si sono differenziati. Così non accade da quattro anni a questa parte con la guerra in Ucraina, un conflitto alle porte: l’Europa pur con qualche piccolo distinguo (Ungheria, Slovacchia e Cechia) si è mossa in maniera molto compatta nel sostegno a Kiev.

Si è deciso di fare debito comune per aiutare gli ucraini e nel momento in cui l’amministrazione Trump ha smesso di inviare direttamente forniture militari, gli europei hanno iniziato ad acquistarle per girarle all’Ucraina.

Oggi, come nel 2003 nel caso iracheno, su questa guerra che pare già fuori controllo e che probabilmente non ha raggiunto ancora la sua acme i Ventisette non possono che muoversi in ordine sparso. D’altronde oggi come allora gli Stati Uniti invocano allineamenti di volenterosi, ma nessuno muore dalla voglia di avventurarsi in un nuovo pantano come fu quello iracheno. Ma con delle differenze, anche sostanziali, visto che il conflitto è vicino ma non sull’uscio di casa e che ogni Stato ha le sue alleanze nel Golfo. È indicativo analizzare la posizione dei principali Stati europei, senza dimenticare che l’Unione non è la semplice sommatoria degli Stati ma ha anche istituzioni proprie (Consiglio, Commissione e Parlamento).

Le posizioni

Tra gli attori sotto la lente c’è innanzitutto la potenza guida, la Germania: Friedrich Merz è stato il primo leader a incontrare Trump dallo scoppio della guerra. Il cancelliere non è trumpiano ma è portatore di un atlantismo pragmatico sotto vincolo di potenza.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Ovvero Berlino resta al centro del sistema occidentale, ma non è in grado di determinarne le scelte strategiche. Può coordinare, contenere, reagire, ma raramente intervenire sul corso degli eventi. Merz sa che l’Europa non è in grado di gestire da sola crisi come Iran o Ucraina e che la sicurezza europea non può prescindere dagli Stati Uniti. Da qui (le spese per la Nato) scaturisce la frizione con la Spagna di Pedro Sánchez, che invece è stato difeso dal tedesco dalla minaccia di dazi mirati. In ogni caso la Germania non prenderà parte al conflitto e lo stesso Merz in un incontro con la stampa tedesca dopo il bilaterale alla Casa Bianca non ha risparmiato una stilettata a Trump: «A quanto ne so il governo americano non ha una strategia chiara per la futura leadership civile di questo Paese».

Poi c’è appunto la Spagna. Il premier socialista Sánchez aveva già preso posizione sul conflitto di Gaza e aveva sostenuto l’istruttoria presso la Corte internazionale di giustizia sull’accusa di genocidio per Israele.

Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Oggi la sua linea è di condanna chiara e veste i panni che furono proprio della Germania rossoverde con l’Iraq del 2003 (mentre alla Moncloa sedeva il popolare José María Aznar che appoggiò l’azione di Bush jr.). Nella postura pacifista e nel rifiuto agli Usa da parte del governo spagnolo di utilizzare le basi di Rota e Morón per le azioni contro l’Iran c’è chi intravede il tentativo di Sánchez di riconquistare consensi anche in Spagna. Ma la tradizione socialista storicamente ha sempre rivendicato una propria autonomia dagli americani (ricordiamo il caso Sigonella e il governo Craxi).

Ci sono poi Francia e Gran Bretagna, le due potenze atomiche europee. Il presidente francese Emmanuel Macron persegue un posizionamento autonomo ma dentro il campo occidentale. Macron cerca di muoversi su tre piani contemporaneamente: militare, diplomatico e politico. Ha annunciato che la Francia rafforzerà militarmente la sua presenza nel Mediterraneo, ha criticato l’attacco Usa-Israele perché fuori dal diritto internazionale ma ha accusato l’Iran di aver provocato la crisi, mentre cerca di contenere l’escalation e proteggere i propri alleati senza entrare direttamente nella guerra.

Il primo ministro inglese Keir Starmer - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il primo ministro inglese Keir Starmer - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La posizione più intrigante è sicuramente quella della Gran Bretagna. Il premier laburista Keir Starmer non è Tony Blair (che seguì gli Usa in Iraq) e ha dovuto incassare le critiche di Trump («Non stiamo parlando di Winston Churchill») per la concessione tardiva delle basi britanniche e per aver già precisato che Londra non avrà un ruolo diretto nel conflitto.

Dopo l’esperienza in Iraq e Afghanistan, i laburisti (dall’opposizione) a metà degli anni ’10 avevano già messo a segno un colpo parlamentare notevole facendo naufragare a Westminster l’ipotesi del governo Cameron di un possibile intervento aereo in Siria. Insomma i tempi sono cambiati e il blairismo non c’è più da un pezzo. E anche se Starmer si è affrettato a ribadire che la relazione speciale con gli Usa esiste ed è solida, per ora Londra ha spostato navi e soldati solo per difendere le due basi a Cipro.

L’Italia

Resta l’Italia che per ora è alla finestra: gli americani non hanno chiesto l’uso delle basi italiane (la sensazione è che sarebbero state concesse immediatamente). L’intenzione pare essere quella di fornire sistemi di difesa antiaerea e dispositivi anti-drone ai Paesi del Golfo.

La posizione italiana è sempre iperatlantista ma molto cauta e nella maggioranza di centrodestra Salvini ha precisato, ancor prima di Meloni (che non si è espressa ma ha detto che la guerra in Iran è conseguenza della guerra in Ucraina), che non ci sarà un nostro coinvolgimento diretto nel conflitto iraniano. Anche l’opinione pubblica non pare caldissima sul tema. L’Unione europea non può che agire di conseguenza rispetto ai suoi Stati principali. Diritto internazionale e diplomazia e sullo sfondo la preoccupazione per l’arrivo di migranti. Il rischio di un nuovo pantano mediorientale è troppo alto perché l’Europa si allinei compatta alla guerra di Trump e Netanyahu.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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