Tra social e solitudine: il disagio dei più giovani che sfocia in violenza

«Ho preso quattro in mate, cosa faccio?». «Le mie amiche escono senza di me, sono io il problema?». Non più sussurrati a una madre, a una sorella maggiore o all’amico del cuore, questi dubbi sempre più spesso vengono digitati sullo schermo di uno smartphone e affidati a una chatbot relazionale. Sfoghi, paure e decisioni importanti imboccano così la via della rete, mentre nella vita reale il confronto si fa più raro e più difficile da gestire. Quando manca l’abitudine al dialogo diretto, anche i rapporti quotidiani rischiano di diventare fragili e conflittuali. L’incapacità di affrontare tensioni e frustrazioni può trasformarsi in chiusura e isolamento e, nei casi più estremi, in scatti di rabbia e aggressività.
È in questo contesto che la violenza - alimentata e amplificata dai social, dove trova insieme origine e megafono – finisce per irrompere nella cronaca. Succede lontano, dalla Francia al Messico, ma anche a pochi chilometri da qui.
A Trescore Balneario, nella Bergamasca, mercoledì un tredicenne ha accoltellato la propria insegnante nel corridoio della scuola, riprendendo e trasmettendo l’aggressione in diretta su Telegram. Fatti estremi che scuotono l’opinione pubblica e impongono interrogativi.
Campanelli d’allarme
La riflessione, però, non può fermarsi agli episodi più clamorosi. Deve partire dai piccoli campanelli d’allarme che emergono nel quotidiano e che spesso vengono intercettati negli sportelli d’ascolto dedicati ai ragazzi. Come quelli inseriti nel progetto regionale voluto dall’assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro Simona Tironi – che nel Bresciano coinvolgono 158 istituzioni scolastiche – o quelli gestiti dal Criaf. Ossia il «Centro riabilitazione infanzia adolescenza famiglia» che, come emerge dalla relazione presentata al Senato a novembre, in 25 anni di attività nelle scuole della Bassa e della provincia di Cremona ha rappresentato un punto di riferimento per 50.419 persone: 36.317 studenti, 5.065 genitori e 9.037 docenti.
Dal 2000 la responsabile Paola Cattenati ha osservato un cambiamento radicale nei giovani che si rivolgono agli sportelli psicopedagogici. Un tempo le difficoltà riguardavano soprattutto i voti, il metodo di studio o la paura della verifica.
Like e autostima
«Oggi – racconta – prevalgono problemi relazionali, un diffuso malessere personale e l’ansia. Pesano modelli proposti dai social difficili da raggiungere e forme di consenso e autostima sempre più legate ai like e alla visibilità a ogni costo: si avverte il bisogno di fare e di mostrarsi per sentirsi riconosciuti».
Colpisce il fatto che, per chiedere consigli o cercare supporto psicologico, sempre più ragazzi si rivolgano all’intelligenza artificiale, o meglio a «chatbot relazionali progettate per creare legami emotivi e simulare empatia». Consapevole di ciò il Criaf - che è presente in 42 scuole, lavora con i gruppi classe, propone percorsi educativi rivolti ai genitori, offre sostegno agli insegnanti ed è in rete con i servizi del territorio - sfrutta l’interesse dei giovani verso l’AI per promuovere un uso consapevole degli strumenti digitali.
Rischi
«Le criticità – spiega – riguardano prima di tutto l’apprendimento: si osservano perdita di senso critico, una certa pigrizia mentale e un progressivo calo della memoria. Ma le ricadute interessano anche la sfera relazionale. Affidarsi a un avatar anziché a una persona può accentuare la solitudine, alimentare il timore del confronto diretto e rendere più difficile gestire le relazioni.
Le conseguenze possono essere gravi: si indebolisce il senso morale, si tende a non valutare le conseguenze delle proprie azioni e può crescere il rischio di comportamenti aggressivi. Uscirne non è semplice: come evidenziato da una recente sentenza, piattaforme come Meta e Google possono generare dipendenza e contribuire a gravi forme di disagio psicologico».
Dalle elementari alle superiori, il Criaf propone quindi momenti di confronto dedicati al valore dell’amico del cuore. «Invitiamo i ragazzi a riflettere sulla differenza tra avere centomila contatti online e coltivare cinque amicizie costruite nel tempo - spiega -. Allo stesso tempo promuoviamo progetti che mettano in luce i comportamenti positivi dei giovani, per evitare che la narrazione sul loro mondo sia soltanto negativa». Ma gli studenti si rivolgono volentieri agli sportelli psicopedagogici? «Sì - conclude -, le liste d’attesa lo dimostrano. I ragazzi hanno un forte bisogno di essere ascoltati. È necessario comprendere quanta fatica incontrino oggi nel costruire la propria identità».
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