Acqua, per tariffe blindate si accelera sul sistema misto pubblico-privato

Sulla carta era il classico convegno in stile «come siamo stati bravi». In realtà il messaggio in bottiglia che l’Ufficio d’ambito di Brescia (l’Ato, l’ente che regola e pianifica il servizio), Acque Bresciane (gestore pubblico) e A2A (privato) hanno affidato alla bassa marea di un Pnrr agli sgoccioli è indirizzato alla politica. Il contenuto è tutt’altro che scontato (soprattutto lo è la comunità d’intenti) e si potrebbe parafrasare così: «Cari partiti, cara Provincia, il tempo di giocare a melina è esaurito, è ora di decidere che fare. E siccome non si muove foglia, vi facciamo capire che così la situazione non regge».
L’occasione è stata, ieri mattina, l’incontro intitolato «Investimenti per la risorsa idrica: il Pnrr nell’esperienza bresciana» (organizzato al Brixia Forum) e la situazione di cui ente regolatore e gestori parlano si può spiegare a partire da un numero emblematico: 3,50 euro. È la proiezione del costo al metro cubo che si sarebbe raggiunto se Acque Bresciane avesse percorso la strada degli «acqua bond», studiata per acquisire le concessioni di A2A in scadenza (oggi la tariffa media è attorno ai 2,50 euro). Un salto del genere significherebbe circa cento euro in più per «utenza tipo» ed ecco perché l’ipotesi è rimasta ibernata. Il punto, però, resta: come si finanzia la prossima stagione di investimenti senza far saltare la tariffa?
Tre opzioni
Sì, il Pnrr ha dato 103,5 milioni di ossigeno: i cantieri sono partiti, i target centrati, le risorse spese nei tempi dettati da Bruxelles. «Non avremmo fatto questo convegno se i risultati fossero stati scarsi» ha d’altro canto ammesso il direttore di Acque Bresciane, Paolo Saurgnani. Ma il Pnrr è alle spalle. E il nodo ora è strutturale: negli ultimi anni si è investito molto, anche indebitandosi molto. È fisiologico per un settore che deve ridisegnare reti, depuratori, collettori. Il problema però è che il debito non è una variabile infinita. D’altra parte, «ogni milione risparmiato sui costi operativi può liberarne 10-12 di investimenti». Ma la parola chiave pronunciata dal direttore di Acque Bresciane è cooperazione. Oggi - ha osservato - i gestori lombardi hanno raggiunto livelli di efficienza tali che «è difficile distinguere un operatore dall’altro, è possibile e serve sviluppare operazioni di cooperazione».
Di fatto, la politica si trova davanti a tre strade. La prima: continuare a finanziare lo sviluppo con più debito, accettando il rischio di una pressione crescente sulla tariffa. La seconda: attuare fino in fondo il percorso delineato nel 2015, aprendo al capitale privato e costruendo un soggetto misto pubblico-privato con la cessione del 49% di Acque Bresciane e l’eventuale nascita di una nuova società. La terza: seguire la linea regionale delle aggregazioni, unendo Brescia a Cremona e Mantova in un bacino da due milioni di utenze.
Continuità
Dietro queste opzioni non ci sono solo questioni tecniche. Non è un mistero che A2A guardi con prudenza a una gara accelerata: Acea, competitor numero uno, può contare su bacini enormi e su economie di scala tali da presentare offerte aggressive.
In questo scenario prende forma un’ipotesi che circola con sempre meno discrezione: lasciare la concessione ad A2A fino al 2032, allineando tutte le scadenze. Nel frattempo l’Ato avvierebbe il percorso verso la gara, con un orizzonte temporale chiaro (il 2032 per l’appunto). Una soluzione che consentirebbe ad A2A di continuare a investire senza incertezze immediate e, parallelamente, permetterebbe di costruire con tempi amministrativi ordinati il nuovo assetto societario misto.

Il messaggio del presidente e ad di A2A Ciclo idrico, Tullio Montagnoli, è stato schietto: «Serve stabilità», perché senza un quadro stabile il livello di investimenti rischia di scendere proprio quando le sfide aumentano. Il presidente dell’Ato, Paolo Bonardi, ha scelto parole misurate ma non fraintendibili: il sistema è «in una fase non completamente consolidata» e il tempo «non è una variabile neutra». Prolungare l’incertezza significa rallentare investimenti e aumentare i costi. Serve «una fase di chiarimento», una convergenza sugli obiettivi e sui tempi. È il linguaggio istituzionale di una scelta che non può essere rimandata.
Il punto politico, in fondo, è uno: come mantenere la tariffa sostenibile in un periodo di incertezza economica, garantendo al tempo stesso investimenti massicci. Il modello in house puro regge solo a due condizioni: o un forte aumento della tariffa, o un drastico rallentamento degli investimenti. Nessuna delle due opzioni appare percorribile. Per questo il sistema misto torna al centro. Dopo anni di transizione, Brescia è arrivata a un bivio. Il Pnrr ha comprato tempo, ma ora è finito. La scelta non riguarda solo chi gestirà l’acqua nel 2032. Riguarda quanto costerà aprire il rubinetto fra tre, cinque, dieci, quindici anni.
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