Le sfide: le ammende Ue e il piano da 600 milioni

Oltre 100 milioni dal Pnrr (103.560.477 per la precisione), 80 a fondo perduto e altri cento intercettati su linee regionali e ministeriali, e un piano complessivo da 600 milioni (nel periodo 2024-2029) Con il tagliando biennale alle porte (una verifica su quanto è stato realizzato e su ciò che va rimodulato alla luce delle nuove esigenze). Se si vuole capire dove sta andando il servizio idrico bresciano, conviene partire dai numeri messi in fila da Marco Zemello, direttore dell’Ato di Brescia. Perché qui la discussione sull’assetto societario si intreccia con un dato materiale: la mole di investimenti che il territorio ha programmato e già avviato.
«Le sole misure Pnrr hanno portato a Brescia più di 100 milioni di euro» ricorda Zemello. La fetta principale è arrivata sulle due linee chiave: quella per le reti e l’acquedottistica e quella per la depurazione. Non è stato un colpo di fortuna: «Brescia ha saputo presentarsi con una visione unitaria e con interventi già pronti» spiega il direttore.
Tradotto: progetti esecutivi nel cassetto, pianificazione sovracomunale, capacità di fare squadra tra enti e gestori. Insomma, quando i bandi si sono aperti, il territorio era pronto. Il caso più emblematico è l’acquedotto comprensoriale della Valle Trompia: oltre 27,5 milioni per affrontare una criticità che iniziava a pesare sull’approvvigionamento locale. L’idea è semplice: interconnettere i sistemi per permettere «il mutuo soccorso». Se una fonte si riduce o un impianto va in difficoltà, l’acqua può arrivare da un altro punto della rete: è questa la differenza tra tanti piccoli serbatoi isolati e un sistema comunicante. Nel primo caso basta un guasto per lasciare un comune in affanno; nel secondo si redistribuisce la risorsa. Questa logica vale anche per la depurazione: ecco perché, secondo Zemello, «gli impianti comunali devono diventare un’eccezione». La normativa è sempre più esigente, le sostanze da trattare aumentano, i controlli si fanno stringenti. Un depuratore piccolo e obsoleto «fatica a reggere», mentre - secondo il direttore - un impianto intercomunale di dimensioni adeguate, «consente tecnologie più avanzate e costi meglio distribuiti».
C’è poi il capitolo più delicato: le procedure di infrazione europee aperte nel 2014 e nel 2019 per situazioni di non conformità, soprattutto sul fronte depurativo. «Entro il 2029, in provincia di Brescia saranno risolte quasi tutte le situazioni contestate nel 2014» assicura Zemello.
Rimarranno casi residuali, legati a difficoltà tecniche complesse, non solo economiche. Qui la questione è politica oltre che tecnica. Le infrazioni significano rischio di sanzioni, reputazione compromessa, ritardi infrastrutturali accumulati negli anni delle gestioni frammentate. L’unificazione d’ambito - con Acque Bresciane e A2A come gestori principali - nasce anche per superare quella stagione. «Il nostro ruolo è individuare correttamente le necessità e pianificare tempi e risorse» rivendica Zemello. L’Ato non costruisce impianti, ma decide dove, quando e con quali priorità intervenire, è una cabina di regia che coordina e misura.
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