Essere uomini di pace: è questo il filo conduttore del 62° pellegrinaggio in Adamello. Un momento che ieri ha riunito nel cimitero militare di Clef, in territorio comunale di Storo, alpini, autorità e pellegrini da tutta Italia, in particolare dalla Valcamonica e dal Trentino, le cui sezioni organizzano in modo alterno l’appuntamento.
La responsabilità
Nel luogo che conserva la memoria dei 252 soldati travolti dalle valanghe della Grande guerra, tutti gli interventi hanno richiamato la necessità di ripartire con una responsabilità in più: quella di essere «uomini di pace perché oggi il mondo ha sete di pace». Un messaggio risuonato in uno dei luoghi che più di altri testimoniano il prezzo della guerra. Nel corso della mattinata sono giunti a Clef anche i pellegrini delle otto colonne partite nei giorni scorsi, diventate lungo il cammino testimoni di memoria e di pace.
La scelta del cimitero militare non è casuale, perché in questo luogo riposarono i soldati travolti dalle valanghe durante guerra. In particolare ieri si è ricordata la notte di Santa Lucia del 1916, quando una slavina investì le baracche della 41esima Brigata Modena, causando 116 morti. I resti furono poi trasferiti, ma per gli alpini Clef resta una reliquia da custodire.
Il sacrificio
La commemorazione si è aperta con il canto del coro Ana Re di Castello, seguito dagli onori al labaro nazionale dell’Associazione nazionale alpini, decorato con 216 medaglie d’oro al valor militare, e ai vessilli delle sezioni di Valcamonica e Trento. Dopo l’alzabandiera e l’inno di Mameli, la deposizione della corona in ricordo dei caduti di tutte le guerre e il suono del Silenzio.
«Ricordare il sacrificio dei nostri soldati è un dovere – ha detto il presidente delle penne nere Ciro Ballardini –, perché fa parte della nostra storia». Il Pellegrinaggio 2026 è dedicato a Rodolfo Beretta, alpino morto sul Corno di Cavento e ritrovato dopo un secolo.
«La montagna non va sfruttata, ma conservata – ha affermato il presidente trentino Paolo Frizzi –, perché qui rinnoviamo il nostro impegno a stare vicino alle comunità e al territorio». Il presidente nazionale Sebastiano Favero ha richiamato il significato dell’appartenenza: «Essere qui significa capire da dove veniamo e perché gli alpini continuano a essere presenti al servizio degli altri».



