Cartoline bresciane

La Promessa del Salvatore, cui ognuno di noi aspira

L’ultima grande opera di Lattanzio Gambara nel Duomo di Parma racconta l’Ascensione di Cristo tra fede, luce e memoria, aiutando a distinguere una delle feste più importanti della tradizione cristiana dalla Pentecoste
Un particolare dell’Ascensione dipinta da Lattanzio Gambara nel Duomo di Parma
Un particolare dell’Ascensione dipinta da Lattanzio Gambara nel Duomo di Parma

L’Ascensione, dal latino ascendere, celebra la salita al cielo di Gesù quaranta giorni dopo la Pasqua. Cade di giovedì, ma la chiesa cattolica italiana la festeggia la domenica successiva.

La Pentecoste, che arriva di domenica cinquanta giorni (dal greco pentekosté heméra, cinquantesimo giorno) dopo la Pasqua, ricorda la discesa dello Spirito Santo.

Ascensione e Pentecoste

Sebbene Ascensione e Pentecoste rappresentino due azioni opposte, salire e scendere, a chiunque può capitare di dimenticare le lezioni di catechismo di quando era bambino e di confondere tra loro i due eventi, i quali, insieme alla Resurrezione di Cristo, all’Assunzione di Maria e alla sua Incoronazione, costituiscono i cinque Misteri Gloriosi.

Collegare un dipinto a ciascuna delle due occasioni può aiutare. Non interessa? E perché no? Siamo spinti da social e compagnia brutta a memorizzare una tale congerie di dati irrilevanti che almeno questo genere di informazioni può tornare utile come ripasso di dottrina alias come ritorno all'infanzia.

L’ultima grande opera di Lattanzio Gambara

Un’Ascensione spaziale (in tutti i sensi) è quella dipinta da Lattanzio Gambara sulla controfacciata del Duomo di Parma, a monumentale chiusura del Ciclo della Vita di Cristo realizzato dall’artista sulle pareti della cattedrale.

È un’opera gigantesca, fastosa, scenografica, piena di gente e di pathos. Purtroppo è l’ultima opera conclusa da Gambara, che morì il 18 marzo 1574 a Brescia cadendo da un ponteggio mentre stava affrescando la cupola della chiesa di San Lorenzo, lavoro che rimase incompiuto. Lui aveva 44 anni. L’ultimo giorno del Signore sulla Terra, l’ultima fatica di un artista. Vi sarà difficile da qui in avanti non associare l’Ascensione al capolavoro di Lattanzio.

Un affresco proteso verso la luce

L’affresco, a tutta parete, è diviso in tre parti: in basso, ai lati del portale d’ingresso, ecco due soldati ai cui piedi stanno due leoni. Sopra loro putti e due scene monocrome ritraenti il Peccato di Adamo ed Eva e la Cacciata dal Paradiso. Vi sono anche profeti con angeli e un altro monocromo con l’Ascensione di Elia sul carro di fuoco.

Nel secondo registro, in un’ampia stanza, gli Apostoli alzano gli occhi, mentre alcuni di loro si nascondono dietro statue. I loro sguardi eloquenti tradiscono sconcerto, devozione, smarrimento. Altri personaggi osservano dalla soprastante balconata il Messia che ascende alle stelle mentre possenti angeli eseguono acrobazie aeree.

Una scena articolata e non banale, senza vuoti ma non ridondante, che armonizza nella pittura elementi architettonici quali porte e finestre. Grandiosa e straordinaria come l’evento che illustra, è tutta protesa verso l’alto, verso la luce, che è data sia dal finestrone centrale sia dal fulgore del Redentore. Così, uscendo dalla chiesa, chiunque può immergersi nella promessa del Salvatore, che è appunto quella Salvezza a cui tutti, ognuno con la mente e il cuore che ha, aspiriamo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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