Le tavolette enigmatiche sono oggetti raramente in pietra, spesso in terracotta, di forma allungata e appiattita (sono in media lunghe 5-6 cm e larghe 2-3 cm). Sembrano piccole pagnottelle. Su una delle due superfici, quasi mai in entrambe, recano linee orizzontali, lungo le quali ci sono uno o più simboli, da semplici come un puntino a complessi quali un rettangolo con all'interno piccole righe o un cerchio con dentro una croce o raggiato a creare un minuscolo sole. Sono presenti in Italia settentrionale (Lombardia, Veneto e Trentino), con epicentro intorno al Garda, in Germania del Sud, in Austria e fino al bacino danubiano. Non esistono in altre parti del mondo. Sebbene ci siano categorie di manufatti che possono essere confusi con esse, in realtà sono tipiche di questi territori e dell’Età del Bronzo. Sono datate tra il 2100 a.C. e il 1300 a.C., con la maggiore concentrazione nel momento più antico. Quelle tedesche hanno spesso un solo simbolo per riga, quelle italiane sono più elaborate.
In tutto le tavolette sono circa 350. Nella maggior parte dei casi c’è una tavoletta per sito, mentre a Bande di Cavriana (Mantova) ne sono state trovate 8 e a Ledro (Trento) 14. Lo scavo che ne ha restituite di più in assoluto, 23 in totale, è il Lucone di Polpenazze del Garda. Tra l’altro il loro nome è stato inventato dal maestro Piero Simoni, il primo che, nel 1965, scavò proprio al Lucone.
Cosa sono? Statuine votive, cioè oggetti sacri, visto che in Germania le chiamano brotlaibidole, idoli a forma di pagnotta? Oppure qualcosa di collegato ai calendari (agricolo, lunare)? Secondo alcuni hanno una funzione contabile (tipo bolla di consegna). Quest’ultima ipotesi è nata dalla loro somiglianza con le prime tavolette sumeriche, che erano documenti commerciali. Al momento un’interpretazione attendibile è ancora lontana, sebbene chiunque le veda, che sia esperto della materia o meno, sviluppi una propria ipotesi sul loro significato.
Torniamo al Lucone, che, in aggiunta alle 20 emerse in precedenza, ne ha regalate ben tre nella campagna di scavo dell’estate 2026, peraltro concentrate in pochi metri quadri, in un punto del villaggio che mostra tracce di attività metallurgica, a cui forse sono collegate. Infine c’è la tavoletta numero 23, l’ultima a spuntare dal terreno. Lei è differente da tutte le altre. La parte bassa ha righe e quadrati, mentre la parte alta presenta singolari linee a zig zag e l’estremità superiore, abrasa, pare avesse in origine un foro, il che rende tale oggetto un incrocio tra una tavoletta enigmatica e un pendaglio.
Chissà perché proprio la 23 è quella diversa. Il 23 non è forse numero della vita (il DNA è formato da 23 coppie di cromosomi, l’asse terrestre è inclinata di circa 23 gradi)? Non è forse il numero del mistero? La numero 23: un ibrido che nasconde un rompicapo. Un enigma nell’enigma.




