Il doloroso e ribelle messaggio del Sacrificio Latino

Il soldato è nudo. In piedi, tra le mani la spada (le parti intime coperte dal fodero), è pronto a dare la vita. La madre, seduta ai suoi piedi con le gambe penzoloni e la testa appoggiata al suo fianco, lo abbraccia, anzi si aggrappa a lui in un gesto disperato, perché sa che non lo rivedrà più.
Il sacrificio di un figlio
Immagine dolorosa, anzi straziante, di chi deve rinunciare a ciò che di più prezioso esista, un figlio, per concetti nobili e astratti come patria e libertà ma soprattutto per la brutale logica della politica e del conflitto.
La povera donna sa che trascinerà il resto dei suoi giorni senza trovare la pace per ottenere la quale ha rinunciato al suo bambino. Sul basamento in marmo la scritta «Patriae Oblatio Suprema», il supremo sacrificio per la patria.
Una storia tra ribellione e salvezza
Quest'opera dal nome suggestivo, Il Sacrificio Latino, è situata in piazza Roma a Ghedi. Fu realizzata nel 1924 da Bernardino Boifava a ricordo delle vittime della Prima Guerra Mondiale, che lo aveva visto arruolato in fanteria.
La scultura nacque con un intrinseco spirito di ribellione, poiché lo scultore, che voleva guardasse a sud, si era imbizzarrito dopo che l’avevano posizionata rivolta a ovest, aveva disertato l’inaugurazione e per anni non era tornato nel luogo in cui era nato.
I ghedesi la amarono fin da subito e quando, nell’agosto 1941, venne inserita nella lista del «Bronzo alla patria», contenente una serie di opere da fondere per riutilizzare il metallo a scopi bellici, si mobilitarono per impedire tale scempio e riuscirono a salvarla.
Nel secondo dopoguerra divenne un punto di riferimento e iniziò a incarnare, oltre ai concetti di abnegazione e sofferenza, anche quelli di resistenza civile e di ricordo delle vittime dei conflitti che hanno attraversato il Novecento e non solo. Dei militari e dei civili, dei partigiani e dei deportati, di tutti.
Un simbolo contro la guerra
Nel 1951 Il Sacrificio Latino fu inserito in una sorta di quinta di archi in cotto, progettata dall’architetto Guido Marangoni, in cui furono collocate lapidi con i nomi di tutti i cittadini caduti nelle due guerre. È in tale occasione che il monumento venne orientato verso meridione, come da esplicita volontà dell’artista, il quale a quel punto si rappacificò con la sua città.
Quella statua ha visto ingiustizie e pianti, ha combattuto e lei stessa è una sopravvissuta. È più di una fusione in bronzo: è un simbolo, una solida denuncia dell’assurdità della violenza.
Ha l’aspetto di qualcosa realizzato nel Ventennio fascista, ma è quanto di più lontano si possa immaginare dall’ideologia dell’epoca. Nella pena infinita di una madre privata del figlio, nell’addio alla vita di un’intera generazione di ragazzi, anzi due, è contenuto un grido muto di rivolta. Un grido che non può non risuonare nel profondo di ciascuno di noi che, anche se preferiamo non pensarci, siamo immersi nel sangue di chi oggi muore in guerra.
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