Si chiamano Piramidi di Terra o Camini delle Fate, poiché un tempo si pensava che i massi sulla loro sommità fossero stati appoggiati dagli dei. Entrambi i nomi sono intrisi di poesia e mistero, nel loro evocare civiltà antiche e creature dai poteri arcani.
Si tratta di un fenomeno geologico iniziato centocinquantamila anni fa a Zone (ma i Camini delle Fate sono presenti anche in altre parti del globo), comune sulla sponda orientale del lago d’Iseo, fin dove si espandeva il ghiacciaio che occupava il sottostante lago.
Un fenomeno nato dal ghiacciaio
Muovendosi, la massa di ghiaccio ha spostato sabbia, limo, ghiaia, ciottoli e massi. La pioggia, cadendo per millenni, ha scavato la terra, che si è dilavata lasciando profondi solchi. I sassi, come ombrelli o cappelli di fungo, hanno protetto la terra che avevano sotto, che è rimasta dov’era creando stretti prismi dall’aspetto di fieri pinnacoli. Le rocce sono rimaste magicamente in bilico sopra la punta delle ardite guglie.
La più grande è alta trenta metri, ha un diametro alla base di otto metri e una roccia soprastante di circa quattro metri di diametro. Sono formazioni delicate, si sbriciolano e svaniscono. E il sasso posizionato da luminose entità aeree crolla a terra.
Ci troviamo di fronte ad architetture mutevoli, alcune delle quali svettano, mentre altre cadono e altre ancora sorgono. Tutto si muove e cambia seguendo una volontà la cui logica non è dato di comprendere nella sua profondità, sebbene il processo nel suo complesso sia scientificamente spiegabile.
Il cambiamento non è solo spalmato negli anni, per cui è bello tornare alle piramidi ogni tanto per osservare la loro evoluzione: si declina anche secondo il periodo dell’anno, poiché queste cattedrali sono immerse in una riserva naturale, i cui colori e aspetto sono influenzati dalle stagioni.
Cattedrali fragili verso il cielo
Sì, cattedrali è un termine adatto per definire tali strutture, poiché in esse è insito un che di sacro. La singolarità del loro aspetto, la loro effimera precarietà rende facile l’immedesimazione. Anche la forma, a guardar bene, è la stilizzazione di un essere umano.
Sono fragili eppure ambiscono al cielo, come se avessero contezza del fatto che quando scivoleranno via non sarà la fine di tutto, ma ci sarà sempre un’altra piramide. Non è un sito solo per eremiti e anacoreti e filosofi (e geologi, ovviamente), ma per chiunque, sbagliando, ha smesso di volere la Luna e ha bisogno di ricordare com’era quando le stelle erano la sua aspirazione e ispirazione.
Questo paesaggio extraterrestre e insieme molto terrestre riconcilia gli umani con i sogni, restituisce una visione chiara di come questi singolari pitoti spuntati dal suolo siano delicati ma non deboli, resilienti ma non arresi. Attraverso di loro la Terra a cui tutti apparteniamo ci dice di non avere paura di sollevarci verso l’alto. Ci dice che oltre la collina c’è sempre il Sole.




