Il 9 novembre è la giornata mondiale della libertà, a ricordo di quella sera del 1989 in cui il Muro di Berlino fu abbattuto e si aprì una nuova era, non sempre di pace e benessere, come possiamo osservare. La libertà, quella che ognuno «va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta», come diceva Virgilio a Catone nel primo canto del Purgatorio.
A volte si ha l’impressione (per non dire la certezza) che non sia cara proprio a tutti, in specie a coloro che vogliono toglierla agli altri (pochi sono tanto sciocchi da desiderare di privarne se stessi, sebbene, nell’infinita varietà della stolidità umana, possa capitare anche questo). Eppure alla fine lei trova la strada.
Il monumento agli ex internati di Gianico, in Valle Camonica, è un inno, anzi un grido, dedicato alla libertà conquistata con dolore e sacrificio (anche con la vita stessa) che si lascia in eredità alle generazioni a venire affinché la conservino e, se necessario, combattano per difenderla.
Gli internati erano quei 650.000 soldati, tra i quali 2.200 camuni, i quali, dopo l’8 settembre del 1943, piuttosto che aderire al nazifascismo preferirono essere spediti nei lager tedeschi a soffrire fame, freddo e torture. I sopravvissuti hanno voluto ricordare così chi morì laggiù.
La base è costituita da un poderoso sasso in granito, metafora sia della durezza della prigionia sia della forza d’animo dei camuni, fatti della stessa roccia delle loro montagne e capaci, con orgogliosa tenacia, di sopportare ogni cosa. Aspra natura e scarno coraggio, quindi. Una lapide reca la scritta: «A memoria degli internati militari italiani che, deportati nei campi nazisti di internamento, resistendo fino alla morte testimoniarono che l’Italia era viva».
Da questo grumo di pietra e saldezza emergono mani in ferro, che sembrano uscire dalla roccia stessa. Il metallo è l’altro materiale tipico della valle, quello con cui si facevano gli attrezzi e le armi che per secoli furono prodotti qui. Dagli avambracci alla punta delle dita sono colte nel gesto di protendersi verso l’alto per uscire dal cilindro di filo spinato che le circonda, tagliente emblema della prigionia, al fine non di afferrare e catturare, ma come a volersi unire a una colomba in volo, simbolo universale di pace e libertà.
Chissà se sta sbattendo le ali per allontanarsi, seppur temporaneamente, da quell’orrore o se sta cercando, con la sua presenza, di infondere forza ai prigionieri sofferenti (c’è sempre speranza, malgrado gli sforzi di chi cerca di soffocarla). La pietra, il metallo, le mani, il graffito di una colomba dentro la sagoma in ferro della colomba stessa: tutto molto camuno, ribelle, libero. 9 novembre: teniamoci sempre segnata questa data sul calendario. Per non sbagliare fissiamocela in testa e pensiamo a lei ogni mattina. Appena apriamo gli occhi, noi che possiamo farlo.




