Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio. È una canzone e chi non la conosce dovrebbe impararla a memoria urgentemente. Parla di una generazione che è stata spedita a combattere, e in molti casi solo a morire, nella Grande Guerra.
Il Piave e i giovani fanti
Era maggio ed erano giovani e andavano al fronte, dal quale, si sa, oggi come allora non si torna uguali, a volte non si torna interi e a volte non si torna proprio.
Per ricordare meglio le vittime ci sono i monumenti e in particolare a Bagnolo Mella c’è la statua del fante, meglio noto come B Bepi. È di bronzo e sta da solo, in piedi, a rappresentare se stesso e tutti quelli come lui, i senza nome, i sacrificabili, la carne da cannone.
È il soldato semplice costretto a lunghe marce forzate, alla trincea, abbandonato a se stesso, costretto ad arrangiarsi. Eppure ce la mette tutta. Eroe? Sì, per il coraggio e la resilienza. Ha l’aria sicura, trasmette forza. Non a caso l’autore, Vincenzo Emilio Magoni, s’ispira alle forme che aveva usato per rappresentare Sansone.
Il monumento e le dediche
Il basamento a forma di cippo, opera dell’architetto Angelo Albertini, ha un bassorilievo che raffigura la Patria e reca lapidi commemorative. La prima, scritta dal Professor Demetrio Ondei per l’inaugurazione del 25 settembre 1921, dice: «1915-18. Dal loro sacrificio ebbe compimento il voto delle italiche generazioni. Sorsero genti divise. Libertà minacciate. Vivono immortali nei patrii ricordi, nell’avvenire del mondo».
All’alba del nuovo millennio viene aggiunta una dedica, che inizia con un verso di Ungaretti e chiude con una speranza, purtroppo sinora disattesa: «Nel cuore nessuna croce manca... A memoria commossa e grata di tutti i figli della nostra terra caduti durante le guerre mondiali del XX secolo, con l’auspicio e l’impegno che il nuovo millennio sia epoca di pace. Bagnolo Mella 1999».
Ricordare per non dimenticare
Bepi-Sansone è il milite che diventa simbolo di tutti i perdenti che si ammazzano, di fatica e anche in senso letterale. Non è un avo. È nostro fratello, siamo noi.
Bepi, dall’alto del suo piedistallo e dei suoi oltre due metri di altezza, è fiero, possente e insieme porta in sé il dolore di ciò che ha dovuto vedere, fare e sopportare. In lui c’è la tristezza del Magoni (nomen omen), che, il 27 febbraio 1922, un anno dopo l’inaugurazione della scultura, si suicidò buttandosi sotto un carro. Era artista e inventore, ma ebbe poca fortuna.
A volte la vita ti vuole fante, ti vuole in trincea, in prima linea. Ti vuole abbattere. Vuole che il tuo cuore, come nella poesia di Ungaretti, sia il paese più straziato. I monumenti ai caduti nelle piazze non sono arredo urbano, sono un grido e un pianto. Vanno guardati e le lapidi lette e le liste dei morti recitate ad alta voce. Solo così possiamo rendere giustizia a tutti i Bepi del mondo. È non dimenticandoli che aiutiamo il Piave a mormorare ancora.




