Il ministro dell'Ambiente sblocca la bonifica Caffaro: «Ho assicurato i fondi, l’iter può ripartire»
L’iter per la bonifica della Caffaro può ripartire. Il ministro all’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin lo dice chiaro, al termine della sua giornata bresciana, partita dall’omaggio alle vittime della strage di piazza Loggia, proseguita con l’incontro con il commissario Caffaro Mario Nova e la visita al termoutilizzarore A2A e conclusasi con una chiacchierata con la redazione del Giornale di Brescia.
«Ho garantito al commissario le risorse che gli servono per completare la bonifica - spiega Pichetto Fratin -. Abbiamo condiviso il percorso amministrativo per riavviare la gara».
Ministro, la gara per la bonifica del sito di interesse nazionale Caffaro è di fatto saltata a causa del caro-materiali che ha reso «inammissibile» la richiesta di revisioni dei costi dell’impresa. Nella legge di bilancio è stato istituito un fondo al quale potrà attingere anche il commissario. A che punto siamo?
Il commissario Nova ha già a disposizione un budget di circa 70 milioni di euro. Purtroppo i rincari degli ultimi mesi hanno reso quei fondi insufficienti per completare la bonifica del sito industriale. Oggi (ieri, ndr) ho assicurato al commissario le risorse necessarie per completare l’operazione. Serviranno alcuni mesi per completare le procedure tecniche di assegnazione degli ulteriori 20 milioni. Nel frattempo il commissario ridefinirà le modalità di gara, in modo che si possa andare avanti per lotti. In sostanza si può partire con la gara utilizzando le risorse che già ci sono.
Quindi si parte?
I tempi li definirà il commissario, persona competente e preparata. Ma credo che in un paio di mesi il primo bando (per la demolizione degli impianti e il trattamento del terreno, ndr) possa essere pubblicato. Nel frattempo, ripeto, noi garantiremo tutte le risorse necessarie per completare la bonifica (della falda, ndr). Le opere a metà non si lasciano. Anche per step, ma si deve andare avanti.
Lei ha visitato il termoutilizzatore di Brescia. Il dibattito nazionale su questi impianti si è riacceso, dopo il progetto di Roma. Che ruolo hanno i termoutilizzatori nella sua strategia?
Sono fondamentali e l’impianto di Brescia è un modello nazionale. L’Italia è il primo Paese in Europa per riciclo e recupero di materia. Potremmo esserlo anche per l’indifferenziata: tutto ciò che non si può recuperare come materia può essere recuperato producendo energia. Se potessimo mutuare 5 impianti come quello di Brescia avremmo risolto molti problemi. Si tratta di un’eccellenza, un impianto fondamentale sia per l’economica circolare che la transizione ecologica. Le garanzie ambientali sono massime, senza contare che le emissioni sono di gran lunga inferiori rispetto alle discariche. Non solo. È anche un impianto che consente ai cittadini di pagare meno il trattamento rifiuti: a Brescia si paga 60 ciò che in altri territori si paga 250 o 300.
Capitolo energia. Come intende ridurre la dipendenza dalle fonti fossili (straniere)?
La sfida energetica va di pari passo con quella ambientale. Oggi due terzi della nostra energia è prodotta con fonti fossili, un terzo con rinnovabili. In 7-8 anni dobbiamo ribaltare questa proporzione.
Come?
Stiamo definendo i criteri per l’individuazione da parte delle Regioni delle aree idonee all’installazione degli impianti fotovoltaici, così da offrire un quadro autorizzativo omogeneo e rapido. Va superato il modello del Ministero che nel dubbio dice sempre «no». In alcune situazioni, come le aree tra autostrada e ferrovia o le ex cave, il sì sarà automatico. Andranno poi snellite le procedure. Ho scoperto che il 90% dei documenti per le procedure di AIA e VAS è uguale: questo duplica gli atti e dilata in maniera insostenibile i tempi. Sia chiaro, non significa dire sì dove bisogna dire no. Significa dare risposte in tempi ragionevoli.

Incentiverete anche i biocarburanti?
Stiamo lavorando ad una sfida nazionale perché nel giro di tre anni l’80% del trasporto pubblico sia alimentato a biometano.
Brescia è una delle patrie italiane dell’automotive. Il «Fit for 55» del Green Deal europeo prevede lo stop alle auto diesel e benzina dal 2025: si potranno acquistare solo auto elettriche. Qual è la sua posizione?
L’obiettivo della decarbonizzazione è condiviso. Ma la scelta è stata fatta in modo troppo violento. L’Italia è all’avanguardia sui carburanti sintetici, l’idrogeno, quando il prezzo sarà sceso a 2,5 euro al chilo, potrà essere una soluzione valida. Insomma, devono esserci percorsi graduali, non scelte ideologiche. Serve un tempo sufficiente per accompagnare questa transizione, tecnologica ma anche imprenditoriale. L’automotive è il più poderoso sistema manifatturiero italiano. Da viceministro allo sviluppo economico ho messo a punto un piano per la riconversione: un miliardo l’anno fino al 2030 per investimenti in tecnologia, formazione, ricerca. Servono tempo e risorse. Questa è politica industriale. Il resto sono gargarismi.
Nel frattempo, a febbraio e marzo, il Parlamento europeo discuterà della direttiva sulle case green che potrebbe impattare pesantemente sul nostro patrimonio edilizio.
La direttiva del 2021 è da fermare. È troppo rigida. Il Consiglio energia aveva tolto molti vincoli, ad esempio l’obbligo di classe energetica E a partire dal 2030. Ora all’esame del Parlamento torna il testo del 2021. Ripeto, l’obiettivo di decarbonizzazione al 2050 lo condividiamo: il 40% delle emissioni di Co2 deriva dal sistema edilizio. Non per niente abbiamo sostenuto il Superbonus 110%. Ma servono percorsi graduali, lasciando agli Stati come e in che tempi raggiungere gli obiettivi. La casa va difesa. E noi lo faremo.
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