Mattoni o depurazione: i funghi rinascono con lo studio bresciano

Funghi, buoni da mangiare ma anche per costruire. E depurare le acque. Come? Utilizzando lo scarto organico della loro coltivazione, conosciuto come «substrato spento», ciò che resta nel terreno sotto il frutto fatto di gambo e «cappello» che tutti conosciamo. L’idea è venuta a due ricercatori bresciani, Chiara Dognini e Giovanni Mainetti, appassionati di funghi e membri del Circolo micologico Carini di Brescia.

La prima è architetta e da poco dottore di ricerca in ingegneria meccanica e industriale, il secondo geologo. Insieme hanno studiato le proprietà del micelio, la parte vegetativa del fungo formata da filamenti che si sviluppano nel terreno. Le fungaie dove si coltivano funghi commestibili ne producono in abbondanza: così, si sono detti i due ricercatori, perché non usare questo scarto per altri scopi?
L’utilizzo edile
Uno di questi è l’edilizia. Nel campo dei cosiddetti «biomateriali» i funghi sono considerati una risorsa sostenibile promettente: «Ma le aziende che oggi producono biomateriali a base di micelio hanno brevetti che rendono questi prodotti costosi – spiega Dognini –. Il nostro prototipo invece vuole essere economicamente accessibile creando una sinergia tra agricoltura ed edilizia e riducendo rifiuti e costi di produzione di nuovi materiali».
Il processo di trasformazione
Si parte dagli scarti delle fungaie e si realizzano pannelli con proprietà isolanti da utilizzare in edilizia. «Oggi la produzione industriale di funghi commestibili produce circa cinque chili di scarto per ogni chilogrammo di prodotto – continua Dognini –, è una mole notevole, che proponiamo di riutilizzare: con semplici presse si trasforma lo scarto in pannelli e con processi a caldo si disattiva la crescita fungina, utilizzando forni o soltanto il calore solare. È quindi un processo a basso consumo energetico. Il materiale ottenuto può essere utilizzato sia per applicazioni temporanee che permanenti. Per applicazioni temporanee si intende l’installazione di stand nelle fiere: pareti o interi stand, al posto dei materiali utilizzati oggi nei padiglioni spesso inquinanti e molto difficili da riciclare».
Il progetto è stato presentato al pubblico nella scorsa edizione di Futura Expo: «Abbiamo riscontrato molto interesse – racconta Dognini – tanto che sono nate nuove collaborazioni».
L’utilizzo depurativo
Una volta utilizzato per l’edilizia, il biomateriale prodotto dal micelio «può essere preso e ributtato nell’ambiente come compost essendo un ottimo substrato che si può riutilizzare in agricoltura o per produrre biogas». Oppure per depurare le acque: «Grazie alla capacità di degradazione dei funghi si possono creare filtri che eliminano alcuni inquinanti, come ad esempio nitrati presenti nei liquami animali e composti simili, un problema rilevante nel nostro territorio così come in ambienti dove l’allevamento è molto diffuso», spiega Giovanni Mainetti. «Utilizziamo i cosiddetti funghi saprofiti, gli unici che si possono coltivare, quelli che si nutrono di materia organica morta presente nei boschi. Nello specifico il fungo che usiamo è il Pleurotus ostreatus, comunemente conosciuto come “orecchione”».

Il valore della sostenibilità
Dalle costruzioni alla depurazione, in un processo improntato in modo preciso alla circolarità: «Spesso la sostenibilità ha il problema di essere costosa – concludono i due ricercatori –, invece il nostro obiettivo è rendere accessibile a tutti questa tecnica, grazie al fatto che lo scarto delle fungaie è molto presente in tutto il territorio nazionale e facile da lavorare. È un modo pensato affinchè tutti possano integrare queste tecnologie nella realtà di oggi».
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