Il geologo Albertelli: «A Brescia frane rapide e imprevedibili»

Non tutti i territori sono uguali, così come ogni frana - o potenziale tale - è diversa. Nel Bresciano si può quindi escludere: «Episodi come quello di Niscemi non possono presentarsi». A sostenerlo è il geologo Luca Albertelli.
Esclude quindi che in provincia si possano presentare situazioni come quella siciliana?
«Una frana con un fronte di quattro chilometri come a Niscemi non può verificarsi. Certo ci sono molte altre criticità nel Bresciano, soprattutto lungo l’arco alpino».
Dalle informazioni in suo possesso, come si è giunti alla criticità in Sicilia?
«Eventi di grandi dimensioni tendono a manifestarsi in aree dove esistono condizioni di instabilità già note e dove in passato si sono registrati segnali o movimenti analoghi. Si tratta generalmente di zone con criticità strutturali pregresse, sulle quali eventi meteorologici intensi possono agire da fattore scatenante. In questo caso piogge eccezionali hanno determinato la saturazione dei terreni e la conseguente lubrificazione degli orizzonti di scivolamento».

E nel Bresciano a che tipo di fenomeni assistiamo?
«Possiamo parlare di frane in alveo con colate detritiche, fenomeni che lasciano margini di previsione molto limitati. Analogamente i crolli in roccia, come quello lungo la Strada della Forra, possono essere preceduti solo da segnali minimi, spesso rilevabili esclusivamente tramite strumentazioni di monitoraggio ad alta precisione».
Quanto incide il fattore antropico?
«Ha una sua rilevanza, ma non è necessariamente determinante. Certo, la mancata manutenzione dei canali di scolo può per esempio favorire l’infiltrazione nel sottosuolo, con l’acqua che può raggiungere la superficie di scivolamento, saturarla e lubrificarla. L’azione dell’uomo resta comunque significativa laddove si costruisce: è possibile intervenire in modo corretto».
Cosa fare dunque per prevenire situazioni critiche?
«La tecnologia oggi consente di disporre di strumenti che fino a dieci anni fa non avevamo. Questo non significa poter prevedere con certezza gli eventi, ma permette di individuare gli elementi che aumentano la probabilità del verificarsi di un dissesto e di intervenire in modo più tempestivo. Il maggiore controllo del territorio, reso possibile da sistemi di monitoraggio avanzati, rappresenta una buona pratica, come dimostrano le esperienze attivate a Brescia e in Lombardia».
Dobbiamo abituarci ad eventi estremi?
«Sì. La comunità scientifica aveva già indicato da tempo questo scenario, in particolare sull’arco alpino. Il sistema sta cambiando e non sappiamo bene dove andrà».
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