Valtrompia e Lumezzane

Giacomo Bozzoli non si dà pace: «Mi hanno davvero condannato?»

Pallido, atterrito, l’imputato esce dall’aula in lacrime e frastornato dopo la sentenza di condanna al processo Bozzoli
Pierpaolo Prati

Pierpaolo Prati

Giornalista

Giacomo Bozzoli esce dal palazzo di Giustizia dopo la lettura della sentenza - Foto Gabriele Strada Neg © www.giornaledibrescia.it
Giacomo Bozzoli esce dal palazzo di Giustizia dopo la lettura della sentenza - Foto Gabriele Strada Neg © www.giornaledibrescia.it

Passo pesante, sguardo zuppo di lacrime, fisso in un orizzonte spento. Giacomo Bozzoli è pallido più di un foglio bianco; spaventato, atterrito. Sembra non vedere nessuno finché, appena fuori dall’aula che per due anni di processo l’ha visto presente, che per due anni ha registrato la sua spavalda professione di innocenza, trova i miei occhi. Mi guarda, mi fulmina, e mi chiede: «Ma mi hanno condannato per davvero?».

La risposta che cerca è nell’aria da poco più di un minuto. L’eco dell’ergastolo pronunciato dal presidente Spanò ha accelerato i battiti e incrinato la voce di tutti, a partire dalla sua. Sono tutti scossi, chi se l’aspettava e chi no. Lo è il pubblico ministero Silvio Bonfigli, lo sono gli avvocati di parte civile, lo è Vittoria sorella di Mario e zia di Giacomo, che piange e non riesce a darsi pace. Scossi lo sono i figli e la moglie della vittima, che perdono l’esemplare compostezza con la quale per ventidue hanno affrontato il crudo racconto dell’omicidio del loro Mario.

E insieme a Giacomo, il più scosso di tutti, lo è tutto il ramo della sua famiglia. Il ramo che si è per anni seduto alla sinistra del presidente, dalla parte del processo da ieri sbagliata. Adelio Bozzoli guadagna l’uscita dall’aula ma non riesce ad andare oltre. Telecamere, macchine fotografiche, cellulari e microfoni rendono il passaggio difficile. La sentenza gli ha tagliato le gambe, tolto il fiato. Si siede sulla prima panchina a tiro. Appoggia i gomiti sulle ginocchia, affonda la faccia nel palmo delle mani. «Non ci credo, non è possibile, come hanno fatto a condannarlo?». Non gli risponderà Alex. Il suo primogenito è al suo fianco e si sta ponendo la sua stessa domanda. Si interroga sul suo destino: giudici ritengono che abbia detto il falso a processo e a processo domani potrebbe finirci anche lui.

Seguiti dagli avvocati Luigi Giordana e Giovanni Frattini, ma anche dalla squadra di consulenti tecnici che per anni hanno lavorato per loro, si ricompongono e senza più dire una parola escono dal Palagiustizia. Si ritrovano nel buio, a metà strada tra l’ufficio degli avvocati e il Palagiustizia. Stringevano l’idea di entrarci liberi e di uscire liberi ed assolti. Ma quell’idea gli è sfuggita dalle dita.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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